Le parole hanno un peso. Quelle del giudice Marco Billi (sopra), che due giorni fa ha depositato le motivazioni della sentenza di primo grado che ha condannato i sette scienziati della Commissione Grandi Rischi de L’Aquila per omicidio colposo plurimo, pesano novecentoquaranta pagine. Ci è voluta tutta una notte a stamparle. Solo a vederle si capisce tutta la complessità di questa vicenda giudiziaria che ha fatto il giro del mondo e che la rivista Nature ha inserito nei dieci fatti internazionali più importanti del 2012. Sette sismologi condannati a sei anni non per non aver saputo prevedere il terremoto, come si è scritto in questi mesi, ma per aver fatto una “inefficace” “superficiale” “negligente” analisi del rischio sismico. Se avessero fatto il loro dovere, dice il giudice, se non avessero pronunciato quelle parole rassicuranti nella famosa riunione del 31 marzo del 2009, una settimana prima del sisma, molte persone la notte del terremoto non sarebbero morte.

La Commissione per la prevenzione e la previsione dei Grandi Rischi è il massimo organo consultivo della Protezione Civile. I suoi membri, scelti tra i massimi esperti di varie discipline, hanno una funzione fondamentale, perché dalla loro valutazione dipende l’azione del Capo del Dipartimento. “Gli esperti in quel momento non erano a una conferenza scientifica – spiega Francesco Stoppa, professore di vulcanologia all’Università di Chieti intervistato da Presadiretta (la trasmissione di Riccardo Iacona in onda su Raitre questa sera alle 21.30) e testimone al processo – dovevano agire in maniera etica. E’ chiaro che se uno dice è ‘improbabile’ che un terremoto avvenga, aumenta la vulnerabilità del sistema perché la gente capisce che può stare tranquilla. Ci sono delle responsabilità in queste parole, non come scienziati ma come membri della Commissione Grandi Rischi”. 

A L’Aquila il rischio sismico era altissimo, come hanno dimostrato le decine di studi costati allo Stato milioni di euro e venuti fuori durante il processo: la maggior parte degli edifici della città non avrebbe retto a un sisma e un calcolo matematico fatto due anni prima dal Cnr dava la zona del capoluogo abruzzese come la seconda più probabile in Italia per un forte terremoto entro il 2013. Uno studio fatto anni prima da uno degli imputati dava addirittura per certo un terremoto a L’Aquila. Eppure, di tutto questo, i cittadini aquilani non sapevano niente. Quella riunione doveva essere “un’operazione mediatica” per “rassicurare” la gente impaurita da mesi di scosse, come è emerso da un’ intercettazione dell’ex capo della Protezione Civile Bertolaso uscita a processo già iniziato.

“Questa sentenza stabilisce che c’è stata una gravissima responsabilità da parte di quello Stato che doveva tutelare le nostre famiglie – commenta l’avvocato Maurizio Cora, che nel terremoto ha perso la moglie e le due figlie -. E’ una sentenza che pone un punto fermo nella vita sociale. La negligenza, l’imperizia e l’imprudenza non devono più avere cittadinanza nel nostro Paese”. In quelle quasi mille pagine del giudice non c’è solo la condanna a sette scienziati che durante quella riunione, come ha ribadito per tutto il processo il pm dell’Aquila Fabio Picuti, “erano funzionari dello Stato”. C’è anche la condanna del Paese Italia, un Paese dove l’approssimazione, la mancanza di responsabilità e di serietà sono all’ordine del giorno. “Però qui, per colpa di quelle parole pronunciate alla leggera – spiega Vincenzo Vittorini, uno dei familiari che ha sporto denuncia contro gli esperti e che nel sisma ha perso la moglie e la figlia di sette anni – delle persone ci sono morte. Questa è una storia che riguarda tutta l’Italia, non solo L’Aquila. Da questa sentenza bisogna ripartire per cambiare la mentalità del Paese, sennò sarà tutto inutile. Bisogna prendere tutto seriamente. Dobbiamo crescere ognuno deve avere il coraggio di assumersi la responsabilità. E’ un segno di civiltà”.

di Lisa Iotti *

*giornalista di ‘Presadiretta’