Nella sentenza del processo a Paolo Gabriele, depositata ieri dai giudici e pubblicata oggi spuntano i nomi di due altri cardinali: l’indiano Ivan Dias, prefetto emerito della Congregazione della Dottrina della Fede, e lo svizzero Georges Marie Martin Cottier, teologo emerito della Casa Pontificia. La difesa del maggiordomo aveva chiesto che i due fossero ascoltati dalla Commissione Cardinalizia di indagine presieduta dal cardinale Julian Herranz. Una richiesta, scrivono i giudici, esorbitante dai poteri del Tribunale. I nomi dei due cardinali si aggiungono a quelli degli italiani Angelo Comastri, vicario del Papa per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, e Paolo Sardi, già citati nel corso del dibattimento, in quanto Paolo Gabriele ha dichiarato di aver parlato con loro e aveva lasciato capire di esserne stato in qualche misura suggestionato. Circostanza che, per quanto lo riguarda, il cardinale Comastri ha definito “una menzogna”.

Secondo i giudici vaticani “appare censurabile l’indicazione che, secondo le dichiarazioni fatte dal Gabriele in istruttoria (interrogatorio del 21 luglio), egli avrebbe avuto dal suo padre spirituale di negare le proprie responsabilità in ordine alla fuga di documenti riservati e di “attendere le circostanze e salvo che fosse stato il Santo Padre a chiedermelo di persona di non affermare ancora questa mia responsabilità”. Il sacerdote – interrogato in istruttoria – è don Giovanni Luzi, della diocesi di Palestrina. La sua indicazione, stigmatizzano i giudici, “sarebbe stata all’origine del suo atteggiamento reticente nella famosa riunione della Famiglia Pontificia del 21 maggio 2012, nel corso della quale monsignor Georg Gaenswein avrebbe esplicitamente contestato all’imputato di essere il responsabile della fuga di documenti”.

Quanto alla pena, l’ex maggiordomo del Papa non ha avuto la sospensione poiché la condanna è stata di tre anni (anche se con pena diminuita a un anno e mezzo). Il Tribunale della Città del Vaticano non ha applicato i benefici di legge della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziario. In ragione della “accertata colpevolezza” dell’imputato, i giudici lo hanno condannato anche “al rifacimento delle spese processuali”. 

Nel merito, si legge nella sentenza, alcune contraddizioni emergono dalle dichiarazioni di Paolo Gabriele circa il numero delle copie fatte dei documenti trafugati. “Le dichiarazioni dell’imputato – si legge nel dispositivo – presentano qualche contraddizione, per esempio laddove afferma di aver fatto solo due copie (quella data al Nuzzi e quella data al confessore), quando invece di molti documenti si è trovata anche una terza copia, reperita nel corso della perquisizione dell’abitazione vaticana e sequestrata; o laddove afferma di avere effettuato le fotocopie durante l’orario di ufficio, mentre, sempre in dibattimento, dichiara: ‘preciso che non c’era un orario prestabilito’”. “L’imputato invece – prosegue il testo – non nega di aver fatto le fotocopie anche in momenti nei quali, non essendo presenti entrambi i Segretari (i due segretari del Pontefice, ndr), rimaneva solo in ufficio: difatti nelle ricordate dichiarazioni rese in dibattimento ha affermato che le fotocopie sono state effettuate ‘a volte anche in presenza di altre persone’”.  

Il Papa potrebbe concedere ora concedere la grazia al suo ex maggiordomo, ma non si possono prevedere “né tempi né modi”. Così il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi ha commentato la sentenza. “Nessuno sa – ha scandito il religioso – né io ho da dire quando e se la grazia sarà concessa. Se il Papa ce lo dirà lo sapremo, per ora è una possibilità: più di questo io non dico anche per non essere falsamente interpretato”. Per ora, comunque, “Paolo Gabriele è agli arresti domiciliari per far decorrere i termini di un appello eventuale del promotore di giustizia di appello, Giovanni Giacobbe; trascorsi questi tempi, se non farà appello, la sentenza di per sé diventa esecutiva e c’è da prevedere la carcerazione che sarebbe in Vaticano e non in Italia in quanto non c’è nessuna iniziativa in tal senso e credo non ci sia convenzione per attuare quanto pure è previsto dai Patti Lateranensi” in base ai quali c’e’ la possibilita’ di far scontare in Italia le pene comminate da un Tribunale Vaticano.