Garlasco, spunta un’altra archiviazione sconosciuta contro ignoti del 2013. Le piste alternative (compreso Sempio) bocciate nel 2017 e nel 2020
C’è un altro capitolo rimasto nell’ombra per oltre tredici anni nella complessa vicenda giudiziaria sul delitto di Garlasco. Un’inchiesta parallela, aperta nel 2013 dalla Procura di Pavia contro ignoti e nata da una “denuncia-querela” presentata dalla difesa di Alberto Stasi, quando l’ex fidanzato di Chiara Poggi non era ancora stato condannato in via definitiva. L’esistenza del fascicolo emerge oggi dagli atti della nuova indagine su Andrea Sempio, all’interno di una memoria depositata dal procuratore aggiunto Stefano Civardi insieme alle pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza. Secondo quanto riportato negli atti, nel corso dello “sviluppo processuale” del caso Garlasco, “presso questo stesso Ufficio sorgeva secondo procedimento”. Si tratta del fascicolo numero 255/2013, iscritto contro ignoti in una fase particolarmente delicata dell’iter giudiziario che riguardava Stasi.
Nel 2013, infatti, l’ex studente della Bocconi era ancora in attesa degli sviluppi decisivi del processo che lo avrebbe portato successivamente alla detenzione nel carcere di Bollate, dove è rimasto otto anni prima della semilibertà. Non aveva ancora affrontato il processo d’appello bis, quello che avrebbe portato alla prima condanna poi confermata in Cassazione nel dicembre 2015 con la sentenza definitiva a 16 anni per l’omicidio della 26enne uccisa nella viletta di famiglia in via Pascoli. La nuova indagine, di cui non si era mai saputo nulla pubblicamente non nasceva da una denuncia della difesa Stasi.
Dagli atti emerge che il procedimento venne successivamente archiviato. La richiesta della Procura di Pavia porta la data del 3 dicembre 2015, appena due settimane prima della pronuncia definitiva della Cassazione su Stasi. Nella motivazione dell’istanza di archiviazione i magistrati spiegavano che “per il delitto di omicidio di Poggi Chiara si procede già nell’ambito di un altro processo penale a carico di indagato noto”. E aggiungevano: “A oggi non è emerso alcun elemento per ipotizzare ulteriori responsabilità a carico di terzi”. La richiesta venne poi accolta dal gip di Pavia il 2 gennaio 2018, quasi tre anni dopo.
La seconda archiviazione con Sempio indagato
Nel registro degli indagati, nell’inchiesta aperta anche in questo caso dopo le indagini della difesa Stasi, era stato iscritto Andrea Sempio. Il collegio difensivo dell’ex bocconiano aveva evidenziato possibili tracce di Dna di Andrea Sempio sulle unghie di Chiara Poggi, come emerso da una consulenza della difesa. Si tratta delle tracce genetiche che erano state considerate inutilizzabili dal perito della Corte d’assise d’appello nel processo bis e delle tracce analizzate dalla perita della gip di Pavia nell’ambito delle nuove indagini che ha stabilito che non c’è alcuna certezza di identificazione anche se in presenza di una compatibilità della linea parentale maschile della famiglia Sempio.
Il giudice per le indagini preliminari, Fabio Lambertucci, accolse il 28 marzo 2017 l’istanza del procuratore aggiunto Mario Venditti e del pm Giulia Pezzino, che avevano “categoricamente escluso” ogni responsabilità del giovane ai tempi del delitto poco più che diciottenne. Nel suo provvedimento il gip aveva sottolineato l’”inconsistenza degli sforzi profusi dalla difesa Stasi e tendente a rinvenire un diverso, alternativo, colpevole dell’uccisione di Chiara Poggi“. Si tratta dell’indagine e dell’archiviazione successivamente criticate dagli inquirenti pavesi e oggetto di una indagine per corruzione in atti giudiziari a Brescia, fortemente ridimensionata dalla Cassazione.
L’iscrizione di Sempio era stata definita un atto dovuto in seguito alla trasmissione da parte della Procura Generale di Milano ai pm pavesi degli atti depositati dai legali di Stasi nel dicembre del 2016. Il 23 Sempio era già iscritto nonostante la procura generale, in un appunto inviato, parlasse di “vuoto probatorio su Sempio” e del tentativo di Stasi di “condizionare” gli investigatori. Le nuove analisi erano state condotte da un genetista su incarico dello studio legale Giarda, che si era affidato a una società di investigazioni di Milano. Intanto il 24 gennaio 2017 la Corte d’Appello di Brescia aveva respinto la richiesta di revisione del processo per Stasi.
La Procura aveva chiesto l’archiviazione affermando: “In definitiva, rileggendo criticamente l’elaborato allegato all’esposto, la conclusione che pare di poter trarre è che non vi è alcuna corrispondenza fra il materiale genetico rinvenuto sui reperti ungueali di Chiara Poggi ed il Dna di Sempio”. Il procuratore aggiunto Mario Venditti e il pm Giulia Pezzino avevano comunque ribadito che “il materiale genetico estratto dai reperti ungueali della vittima non è idoneo ad effettuare nessun confronto, poiché i risultati emersi dalle tre estrazioni di Dna nelle tre prove effettuate dal perito”, nel corso del secondo processo d’appello a carico di Stasi, “sono divergenti ed incostanti, quindi del tutto inaffidabili”. Come stabilito anche nel recente incidente probatorio:
L’archiviazione del 2020
Il giudice per le indagini preliminari, Pasquale Villani, archiviò l’indagine contro ignoti il 30 luglio del 2020. Nel decreto si legge: “Non sono emersi elementi utili per l’identificazione di diversi responsabili del reato oggetto delle investigazioni”. E ancora: “Non vi sono elementi per la “prosecuzione delle indagini preliminari su altri campi non già (ampiamente) dissodati e lumeggiati nel complesso ed articolato procedimento esitato nella condanna definitiva in data 12.12.2015 dell’imputato Alberto Stasi”.
La scelta di archiviare viene definita una “conclusione […] assolutamente necessitata alla stregua di quanto compiutamente e partitamente evidenziato nella stessa richiesta di archiviazione”. Il magistrato richiama anche il tema della revisione: “Non risulta avanzata al riguardo alcuna istanza da parte dei soggetti eventualmente legittimati e che il codice di rito non contempla alcun potere ex officio in capo alla Autorità Giudiziaria”. All’imputato la Corte d’appello di Brescia il 24 gennaio 2017 aveva respinto la richiesta e sarà dichiarata inammissibile anche un’altra istanza nell’ottobre del 2020 con conferma della Cassazione.
Per quanto riguarda la condanna definitiva di Stasi, il documento richiamava le parole della Suprema Corte: “Ciascun indizio, infatti, risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d’insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi, oltre ogni ragionevole dubbio“. Il giudice, attraverso il richiamo alla richiesta del pubblico ministero, evidenziava inoltre come i nuovi elementi proposti dalla difesa fossero stati già censurati per il metodo “costantemente volto a considerare isolatamente gli elementi acquisiti, avulsi dal loro contesto”, un approccio non conforme ai “rigorosi parametri normativi […] né ai basilari canoni della logica”.