Che una vera corazzata di parlamentari italiani sottoscriva una dichiarazione di guerra contro un ateneo di provincia è un caso più unico che raro. Porta la firma di ben cinquantacinque deputati, infatti, la richiesta di ispezione ministeriale da eseguire nell’Università del Salento. L’interpellanza urgente, ideata dall’ex sottosegretario agli Interni, il pidiellino Alfredo Mantovano, è stata inoltrata ai ministri dell’Istruzione e della Funzione Pubblica, Francesco Profumo e Filippo Patroni Griffi.

Di mezzo ci sono presunte condotte illecite e ragioni di trasparenza da ripristinare. Ci sono anche gli appalti che si accingono ad essere portati in gara. Tanti. Molti. Del valore, all’incirca, di cento milioni di euro. Ma di mezzo c’è anche una figura controversa, quella del rettore Domenico Laforgia, contestato da chi lo ritiene troppo autoritario, amato da chi lo vorrebbe prossimo alla prima candidatura alle elezioni politiche tra le file di Italia Futura, il movimento di Luca Cordero di Montezemolo, che negli ultimi tempi a Lecce s’è visto più volte.

È in questo contesto che va inquadrata l’interpellanza parlamentare, uno tsunami a sorpresa per numero e nome dei sottoscrittori, dalla vicepresidente della Commissione Cultura, Paola Frassinetti, al presidente della Commissione Affari sociali, Giuseppe Palumbo, passando per Paolo Russo ed Enrico La Loggia, rispettivamente presidenti delle Commissioni Agricoltura e Federalismo fiscale. Un’iniziativa, tuttavia, che, per la sua portata, lascia spazio a dubbi sulla effettiva sproporzione rispetto alle ragioni ufficiali. Non c’è traccia, infatti, delle nubi che, proprio nell’ultimo periodo, si sono addensate sull’Università leccese, con l’apertura di inchieste giudiziarie, in cui lo stesso rettore risulta indagato per abuso d’ufficio e minacce e che si sommano ad altri fascicoli roventi, ora nelle mani del procuratore capo Cataldo Motta.

Il casus belli, invece, riguarda quelle che sono definite come le “incredibili” vicende del concorso a tre posti di dipendente amministrativo, su cui, però, sia il Tar di Lecce che la Procura della Repubblica si sono da tempo abbondantemente espressi. A finire nel mirino dei parlamentari è soprattutto il direttore amministrativo Emilio Miccolis, che di sua iniziativa avrebbe aperto i plichi contenenti gli elaborati dei candidati, segnalando alla Commissione giudicatrice tre test ritenuti copiati da internet, motivo per cui ha annullato l’intera prova e trasmesso gli atti in Procura. Il Tar, però, già a luglio ha ritenuto che l’annullamento fosse illegittimo, mentre il gip ha disposto l’archiviazione del procedimento penale, rilevando, anzi, l’irregolarità dell’operato del direttore amministrativo.

Secondo i cinquantacinque deputati, sono questi comportamenti, uniti ad una “autentica persecuzione amministrativa” nei confronti del responsabile dell’ufficio reclutamento, a porre “il serio problema della compatibilità” con le importanti cariche ricoperte – si badi bene – non solo da parte di Miccolis, ma anche di Laforgia, reo d’averlo spalleggiato.

È contro di lui che Mantovano scaglia la freccia: “il rettore si accinge, quale neonominato presidente della Fondazione dell’Università del Salento, a gestire procedure d’appalto di lavori pubblici di edilizia universitaria per oltre cento milioni di euro. Pertanto, deve essere e apparire garante di correttezza e non di scarsa trasparenza, se non di vera e propria opacità”. Laforgia non tarda nel tendere l’arco: “Sono sempre più convinto che tutta questa montatura sia orchestrata di proposito perché questa amministrazione venga meno al rigore e al riconoscimento del merito, sia nei concorsi che negli appalti che si espleteranno nel prossimo futuro”. Veleni incrociati che, pure, appaiano solo superficiali. Sottoterra, lo scontro ha tutto un sapore politico, tra possibili candidati pronti a contendersi, nei prossimi mesi, lo stesso elettorato nello stesso fazzoletto di terra. Con buona pace dell’Università del Salento, agnello sacrificale.