E’ un altro ventennio che va in soffitta, quello dell’eterno Celeste alla guida del modello Lombardia gettato in faccia alla Nazione con arroganza e ostentazione oscena del potere. Dopo una lunga notte di conciliaboli e telefonate concitate, alle fine anche l’ultima zattera che restava in mano a Formigoni è venuta meno; Alfano ha annunciato l’intenzione del Pdl di sfilarsi dal sostegno ad oltranza del governatore che, tuttavia, piloterà la crisi fino alle elezioni di cui lui deciderà “autonomamente” la data; un modo per non lasciare la gestione del passaggio in mano al Carroccio, anche se l’asse Pdl-Lega resta solido. Nel nome di un accordo ad orologeria che, tuttavia, già guarda all’alleanza nel dopo Formigoni. Che dovrà portare un leghista – nelle intenzioni- alla guida di Palazzo Lombardia. Ma non sarà Maroni.

E’ stato ieri sera, a Lecco, che i fantasmi della sconfitta definitiva a lungo temuti del Celeste si sono materializzati in una folla che gridava “buffone, dimettiti”. Poco prima, Maroni si era trovato l’intero consiglio federale della Lega a fargli una sorta di processo, capitanato da Matteo Salvini, che sventolava i titoli dei giornali della mattina: “La Lega salva Formigoni”. Un’onta che il nuovo Carroccio non poteva tollerare. Così Maroni, sentito Bossi, ha cambiato la corrente degli eventi attaccandosi a quella data di chiusura della legislatura lombarda che mai era stata sottoscritta durante il vertice di giovedì a Roma e ha chiesto a Formigoni il famoso passo indietro: “Si va a votare ad aprile”. La linea Salvini ha vinto su tutto, ma Maroni, prima di darla vinta al suo arrogante luogotenente, aveva sentito Alfano, concordando la linea da tenere in futuro.

Formigoni avrà probabilmente un seggio al Senato, nel listino blindato di quello che sarà il Pdl alle politiche; una candidatura che verrà sostenuta anche dalla Lega, per non rinnegare “l’ottimo lavoro fatto in Regione fino ad oggi”. Se il Celeste accetterà questa ciambella di salvataggio lo si vedrà poi. Intanto, però, governerà lui la crisi decidendo anche la data delle elezioni, cosa che Salvini, invece, non voleva in alcun modo concedere. In cambio, il Pdl non metterà a rischio la tenuta delle due regioni leghiste, Piemonte e Veneto, ma non appena verrà stabilita la data del voto l’asse Pdl e Lega tornerà ad rinsaldarsi sul nome del successore di Formigoni che, con ogni probabilità sarà proprio Matteo Salvini. Maroni sembra continuare a voler ritagliare per sé il ruolo di “traghettatore” della Lega 2.0. che ha bisogno ancora di un lungo lavoro di ricostruzione prima di poter pensare di rivolgersi nuovamente all’elettorato nazionale senza temere di restare sotto lo sbarramento più basso, quello del 4% in coalizione. L’accordo che chiude il ventennio ciellino alla guida del Pirellone è stato quindi siglato nella notte.

Poi, stamattina, una lunga telefonata tra Alfano e Formigoni e quindi l’annuncio, durante la convention dei Democristiani di Rotondi a Saint-Vincent. Niente “accanimenti terapeutici”, andare alle elezioni “per il bene della Lombardia”. Alfano, dunque, ha scaricato Formigoni (anche se lui ha parlato maliziosamente di “lettura malevola della vicenda”) pur di non perdere il più fedele alleato e cominciare a ricostruire, fin da subito, un “dopo” che possa soddisfare entrambi. D’altra parte, l’alleanza tra Pdl e Lega è stata la colonna portante del ventennio e ora la parte più nuova di questa ossatura politica (la giovane Lega di Salvini, non certo quella di un Maroni ancora troppo compromesso con il passato e interessato anche dall’inchiesta Finmeccanica) prova a rinascere dalle ceneri del suo alleato. La Lombardia è stata il modello di efficienza e sviluppo che il centrodestra offriva al resto del Paese reale. Appena pochi mesi fa Formigoni era considerato una possibile alternativa alla leadership nazionale di Berlusconi, e rivendicava le primarie per prenderne il posto. Invece, il Celeste ha molte responsabilità personali, a partire dalla negazione dell’evidenza. E cioè che la ‘ndrangheta dettava legge a Milano, comprava e vendeva voti, infiltrandosi ovunque, nel suo partito e altrove. Come sempre ci si chiederà, ora più che prima, come poteva “non sapere” tutto questo Formigoni; la storia giudiziaria racconterà il resto. Domani, dunque, sarà davvero un altro giorno per la Regione Lombardia. Ma chissà quanto migliore.