Quanti semi della Resistenza fiorirono quel 2 giugno ’46. Oggi l’Italia tenga gli occhi aperti
C’è repubblica e repubblica. La Repubblica italiana, che nasce esattamente ottant’anni fa, è l’esito più importante della rivoluzione democratica e antifascista avviatasi con la Resistenza. Durante quei venti mesi che si conclusero il 25 aprile 1945 nacquero a nord nel pieno dell’occupazione tedesca diverse repubbliche partigiane, certo effimere perché nate nella prospettiva di un rapido intervento degli Alleati che mancò, ma anticipatrici del futuro del Paese.
Il voto delle donne si conquista nel Paese nel 1946, ma viene riconosciuto nelle elezioni amministrative della repubblica parigiana della Carnia, ove inoltre in piena guerra si abolisce la pena di morte per reati comuni. Nella repubblica partigiana dell’Ossola è nominata Commissario all’assistenza Gisella Floreanini, la prima donna a ricoprire un incarico di governo in Italia. Nel 1946 fu eletta inoltre l’Assemblea Costituente, il cui lavoro terminò meno di due anni dopo con l’approvazione della Costituzione repubblicana.
Questi semi resistenziali, insomma, fiorirono il 2 giugno 1946, quando al referendum su monarchia o repubblica quest’ultima prevalse vincendo consistenti resistenze e chiudendo una pagina francamente ingloriosa. Vittorio Emanuele III il 28 ottobre 1922, durante la Marcia su Roma nell’ottobre 1922, si rifiutò di firmare il decreto per lo stato d’assedio proposto dal primo ministro Luigi Facta, e così si avviò il lungo ventennio fascista. L’8 settembre 1943 fuggì da Roma dopo l’armistizio di Cassibile, lasciando il Paese nel caos e le forze armate allo sbando.
E “Repubblica” è parola che ricorre più di 70 volte nella Costituzione, a cominciare dai Principi fondamentali: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”; “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”; “una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”; “tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”; “promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca (…), tutela il paesaggio e il patrimonio artistico (…), tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”. Per non parlare dell’articolo 3, dove si afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto libertà ed eguaglianza.
Viviamo tempi particolari, in cui la presidente del Consiglio sostituisce sovente alla parola “Repubblica” la parola “Nazione”, termine in assoluto del tutto dignitoso. Ma l’insistenza nel suo uso rivela una scivolosa torsione, che ha ovviamente contagiato ministri e parlamentari di destra, oltre che tanta stampa compiacente. Tale uso smodato fa parte dell’armamentario lessicale delle destre radicali e allude a un’idea di patria di tipo nazionalistico, sangue e terra, come si dice. Esattamente il contrario della patria disegnata dalla Carta.
La Repubblica in sostanza è il soggetto attraverso cui si inverano le norme costituzionali, la forma di Stato tramite cui si manifesta e si esercita la sovranità popolare. Non a caso, l’articolo 139 dispone che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. 80 anni dopo la domanda è: sono state mantenute quelle promesse, fra cui il fondamento del lavoro, i diritti umani, il contrasto alle diseguaglianze, l’unità e l’indivisibilità della Repubblica?
Siamo ancora lontani da una compiuta realizzazione di quegli impegni. In senso lato, la Repubblica è la cosa di tutti noi, è la casa di tutti noi. In senso stretto, come recita l’articolo 114 della Costituzione, è l’insieme e l’ordinamento delle istituzioni democratiche (Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni). Perciò non si può prescindere dal loro funzionamento e dalla politica, se è vero che lo Stato è, in generale, l’organizzazione politica di un popolo su di un territorio.
Ma allora, in questo tempo buio, sta a tutti noi – forze politiche, sociali, culturali – fare resistenza per portare in prospettiva a compimento quella rivoluzione democratica e antifascista affinché l’Italia corrisponda davvero al disegno dei Costituenti, ritrovando lo spirito repubblicano, cioè l’insieme dei valori etici, civili e politici che sono al fondo della scelta del 1946, e il patriottismo costituzionale, cioè il legame irreversibile verso i principi della democrazia, i diritti fondamentali e le norme della Carta.
Quando si parla di piena attuazione della Costituzione, si indica in sostanza una Repubblica attiva, che si muove, che scende dal testo costituzionale e si fa vita, concretezza quotidiana, cura dei cittadini e di conseguenza diventa lavoro, welfare, diritti. E pace. Sì, pace. Perché non dobbiamo mai dimenticare che questa Repubblica ha un nome prezioso: Italia. E nella Costituzione questa parola c’è solo due volte: l’Italia che è fondata sul lavoro, l’Italia che ripudia la guerra. Diciamola con De Gregori: viva l’Italia, l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste.