Nella sua Amaca  del 17 maggio, Michele Serra fa un parallelo interessante tra sigarette e automobili ed evoca un futuro in cui tutti noi ricorderemo i giorni in cui si poteva circolare in città a bordo della propria automobile esattamente come oggi diciamo “ti ricordi quando si poteva ancora fumare nei cinema?”. Probabilmente i passi necessari per arrivare a questo traguardo saranno differenti da quelli compiuti nella lotta contro il fumo, ma sicuramente dovrà passare anche per una regolamentazione degli spot pubblicitari.

Basta sfogliare qualche vecchia rivista per capire di cosa sto parlando: fino a qualche decina di anni fa pagine intere di annunci pubblicitari invitavano a scegliere un marchio di sigarette piuttosto che un altro chiamando in causa medici, dentisti, bambini, babbo natale e chiunque avesse un qualche appeal sui lettori.

Nel 2012 chiameremmo questa modalità di comunicazione “istigazione al suicidio”, ma è solamente perché abbiamo imparato a considerare socialmente deplorevoli il tabagismo e la dipendenza dalla nicotina che oggi riterremmo inaccettabile una pubblicità che invita a fumare.

Però il tabagismo non è l’unico comportamento poco desiderabile ampiamente diffuso all’interno della nostra società e che sarebbe opportuno contrastare: l’alcoolismo è un’altra piaga sociale e infatti da qualche anno a questa parte si parla apertamente di limitare le pubblicità di bevande alcooliche e gli spot pubblicitari di alcoolici sono ipocritamente accompagnati da inviti a bere con moderazione.

Nulla invece riesce a modificare i messaggi lanciati dalla moribonda industria dell’automobile che, in modo più o meno palese, oltre a mistificare la realtà presentando strade vuote e libere dal traffico, lanciano una serie di inviti più o meno mal celati a fare quello che ci pare una volta sulla strada. Sto esagerando? Giudicate voi.

Appresi della morte di Laura Ciccone il 24 aprile da un sito che corredava la tragica notizia con tanto di foto dell’incidente. Accanto, c’era in bell’evidenza la pubblicità di un’automobile, “auto ufficiale per fare quello che ti pare”. Mai inserzione pubblicitaria mi sembrò più di cattivo gusto.

Mi sono trovato di fronte a un caso di spiacevole contestualizzazione del messaggio? Forse sì. Andiamo oltre, quindi.

Lo scorso novembre, dopo che un ragazzino di 13 anni, Giacomo Scalmani, finì la sua esistenza sotto le ruote di un tram per evitare la portiera spalancata di un’automobile parcheggiata in doppia fila, a pochi metri di distanza dal luogo dell’incidente, apparve la gigantografia di un’automobile accompagnata dallo slogan “l’unica regola è che non ci sono regole”.

In quell’occasione la pubblicità fu rimossa a seguito delle proteste avanzate dal padre del ragazzo morto, sostenuto anche dall’associazione Ciclobby di Milano. La casa produttrice però tenne a precisare che “l’atto  era opportuno ma non dovuto” e tuttora continua a utilizzare lo stesso claim senza problemi. Mi chiedo, anche in questo caso siamo di fronte ad un caso di pessima contestualizzazione del messaggio o forse è il messaggio in sé ad essere discutibile?

Evidentemente il problema è proprio il contesto perché inneggiare al disprezzo delle regole (quello stesso disprezzo per le regole che viene puntualmente rinfacciato ai ciclisti che circolano sui marciapiedi) sembra essere diventata la strategia più in voga tra i pubblicitari del mondo dell’automobile ed è diffusamente accettato.

Ecco un altro paio di esempi:

Si possono trovare mille motivazioni per giustificare il messaggio lanciato dai maestri della pubblicità su quattro ruote e sminuirlo equiparandolo a una semplice provocazione, eppure la frase di Joseph Goebbels, ministro delle propaganda della Germania nazista , dovrebbe metterci in guardia: “Ripetere una menzogna mille volte, trasforma la menzogna in verità”. Ripetere mille volte una provocazione travestita da slogan pubblicitario finisce per rende socialmente accettabile la provocazione, anche se questa è una palese istigazione a delinquere perché, non dimentichiamocelo, l’auto ha ucciso 56mila persone negli ultimi dieci anni solo in Italia.

A questo punto mi chiedo: può un paese come l’Italia permettersi che si inneggi pubblicamente al disprezzo delle regole? Un paese che attraversa da decenni un’emergenza legalità, un paese che ha elevato la furbizia a massimo valore, un paese in cui evadere le tasse è la normalità e frodare lo stato è considerato socialmente accettabile se non un valore.

Il problema qui va ben oltre i morti, va ben oltre le orge di automobili ammassate in seconda o terza fila nelle nostre città, ma abbraccia ogni sfera della nostra vita: come possiamo pretendere infatti che la legalità si diffonda in tutta la società e diventi la chiave di lettura della nostra quotidianità se poi non facciamo nulla per promuovere una cultura della legalità?

#salvaiciclisti chiede espressamente campagne di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti della strada sulle tematiche della sicurezza. Partiamo da qui.