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“Aboliamo il finanziamento pubblico ai giornali”, 130mila firme in due settimane: “Vogliamo informazione sana e trasparente”

Il presidente dell'associazione Schierarsi, Luca Di Giuseppe: "Portiamo al centro del dibattito del Paese il rapporto poco sano tra media e partiti, media e sanità privata e media e imprese". Obiettivo: 500mila firme in tre mesi per chiedere il referendum
“Aboliamo il finanziamento pubblico ai giornali”, 130mila firme in due settimane: “Vogliamo informazione sana e trasparente”
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Abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Da circa due settimane l’associazione Schierarsi ha avviato la raccolta firme – ne servono 500mila – per depositare la richiesta di referendum abrogativo finalizzato allo stop dell’erogazione dei soldi pubblici ai quotidiani. E in poco più di due settimane le firme registrate hanno superato le 130mila unità.

Si tratta, in particolare, del contributo diretto messo in campo dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria del governo italiano. Cioè quel finanziamento previsto dalla legge per i giornali realizzati da cooperative di giornalisti, società senza fini di lucro o espressione di minoranze linguistiche. Non, quindi, del Fondo straordinario a sostegno dell’editoria (10 centesimi a copia venduta) a cui il Fatto Quotidiano ha rinunciato. I dati più recenti ci dicono che ad aver beneficiato del contributo diretto sono il Dolomiten (per oltre 6 milioni di euro), Famiglia Cristiana (6 milioni di euro), Avvenire (circa 5,5 milioni di euro), Libero (5,4), ItaliaOggi (poco più di 4 milioni di euro) e via via tutti gli altri, compreso il Manifesto, Il Foglio e il Secolo d’Italia. Soldi che negli ultimi anni sono aumentati: dai 95,6 milioni di euro complessivi del 2023 ai 104,8 milioni di euro del 2024, a fronte di un incremento di beneficiari.

“Abbiamo tre mesi di tempo per raccogliere le firme – racconta il presidente dell’associazione Schierarsi, Luca Di Giuseppe – ora siamo a 134mila sigle online, a cui però dobbiamo aggiungere quelle cartacee, di cui avremo maggiore contezza verso fine mese”. La ragione della campagna è che “in questi anni ci siamo resi conto, noi come la maggior parte dei cittadini, quanto sia importante avere un’informazione sana. Tanti giornali, per più di due anni, hanno negato il genocidio a Gaza, hanno ignorato i giornalisti palestinesi uccisi. Sono gli stessi giornali che sopravvivono grazie ai fondi pubblici ma che, allo stesso tempo, fanno propaganda“. Un altro esempio “è quello dei direttori che vanno in tv a dire che lo Stato non deve aiutare le persone in difficoltà. Parlano di assistenzialismo. E allora perché loro ricevono soldi pubblici?”. L’obiettivo “è portare al centro del dibattito pubblico il rapporto, non sempre trasparente, tra media e partiti, media e sanità privata, media e imprese”. Successivamente “vorremmo proporre soluzioni per supportare l’informazione, i giornalisti precari, le start-up editoriali innovative”:

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