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Dai media tradizionali ai big di Internet: davvero c’è più pluralismo?

NON C'È DI CHE - Dietro la critica ai finanziamenti pubblici alla cultura s’annida una rappresentazione moralistica del lavoro culturale
Dai media tradizionali ai big di Internet: davvero c’è più pluralismo?
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Riassunto delle puntate precedenti: criticare il finanziamento pubblico ai giornali, una battaglia identitaria del grillismo, è sbagliato.

La cultura come privilegio o come bene pubblico. Dietro la critica ai finanziamenti pubblici alla cultura s’annida una rappresentazione moralistica del lavoro culturale. Il discorso populista descrive la cultura organizzata (giornali, teatri, cinema d’autore, università, festival e istituzioni artistiche) come élitaria e parassitaria. Il problema è che la cultura e l’informazione non funzionano come un mercato. I giornali indipendenti, per esempio, non possono sopravvivere solo grazie alle vendite, in un sistema mediatico dominato da grandi gruppi industriali e piattaforme digitali multinazionali. Il caso del manifesto è emblematico. Secondo la logica puramente commerciale, non dovrebbe esistere. Il rifiuto assoluto del sostegno pubblico all’editoria favorisce i grandi gruppi privati, cioè proprio quelle concentrazioni di potere che il populismo dichiara di combattere.

Contraddizioni del populismo digitale. Il grillismo è nato nel pieno dell’espansione di Internet e dei social network. Immaginava la rete come uno spazio di democratizzazione radicale, capace di eliminare le vecchie mediazioni. I giornali tradizionali? Superati: la comunicazione diretta tra leader e cittadini attraverso il sacro blog rendeva inutile il sistema dell’informazione professionale. Ma questo populismo digitale sottovalutava un fatto rilevante: le piattaforme online non sono spazi neutrali. Sono infrastrutture private governate da interessi economici e logiche di marketing. Invece di produrre più pluralismo, la crisi dell’editoria tradizionale ha prodotto dipendenza da pochi attori tecnologici globali. Il paradosso è evidente. Il grillismo attaccava i giornali finanziati dallo Stato come strumenti di un sistema da abbattere, senza accorgersi che poche piattaforme private globali stavano soppiantando l’editoria tradizionale e concentrando il controllo dell’informazione. La retorica anti-media ha inoltre contribuito a indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche e nei meccanismi di verifica dell’informazione. In molti casi il sospetto verso i giornali tradizionali si è trasformato in disintermediazione radicale, se non in disponibilità verso narrazioni complottiste.

Il rapporto ambiguo col lavoro intellettuale. La critica ai finanziamenti pubblici all’editoria riflette un rapporto problematico col lavoro intellettuale. Nel ‘900 la sinistra europea aveva costruito un rapporto organico tra cultura e conflitto sociale: cooperative, giornali, case editrici, università popolari e associazionismo politico facevano parte di un ecosistema collettivo. Con la crisi di queste strutture, la cultura si è individualizzata e professionalizzata. Il populismo ha intercettato il risentimento verso l’autoreferenzialità di alcune élite culturali contrapponendo il “buon senso del popolo” agli esperti. Ma così ha finito per delegittimare la conoscenza critica.

Conclusione. La critica ai finanziamenti pubblici all’editoria non può essere interpretata semplicemente come una posizione libertaria (diffidente verso lo Stato) o mercatista (il mercato come esclusivo allocatore di risorse). Essa appartiene a una più ampia cultura populista che diffida delle mediazioni, sospetta delle élite culturali e privilegia il rapporto diretto tra popolo e leader. Il problema è che questa impostazione confligge con l’idea stessa di welfare democratico. Il reddito di cittadinanza riconosce che il mercato produce esclusione e disuguaglianza materiale, ma il rifiuto del sostegno pubblico alla cultura implica che il mercato venga considerato legittimo nel campo dell’informazione e della produzione simbolica. Ne emerge una visione incompleta della cittadinanza sociale. Come difendere insieme protezione sociale, pluralismo culturale e partecipazione democratica in un’epoca dominata dalla frammentazione digitale e dalla crisi delle organizzazioni collettive? La risposta non può limitarsi né al mercato né alla semplice redistribuzione economica: richiede un’idea di bene pubblico che includa anche la cultura, l’informazione e le infrastrutture democratiche della cittadinanza.

Questo è quanto. Sono opinioni, a volte ci si sbaglia. A me non è mai capitato, ma c’è chi si sbaglia. Se ho toccato un tasto giusto mi accontenterò di un piccolo busto al Pincio. (4. Fine)

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