Fondi ai giornali, Grillo e l’errata gerarchia dei bisogni sociali
Riassunto delle puntate precedenti: criticare il finanziamento pubblico ai giornali, una battaglia identitaria del grillismo, è sbagliato. Se delegittimi giornali, partiti, procedure, corpi intermedi, il potere si sposta verso leader carismatici e tecnostrutture opache.
Il problema delle mediazioni. Le democrazie moderne non funzionano senza strutture di mediazione sociale. Partiti, sindacati, associazioni, giornali, università, cooperative ed enti locali aiutano i cittadini a formare i propri orientamenti politici e culturali. Il populismo vede invece ogni mediazione come un ostacolo al rapporto diretto tra popolo e leader. Nel grillismo questa tendenza è stata evidente. La piattaforma digitale Rousseau, il mito della democrazia diretta online, il linguaggio contro i “giornalisti venduti” e i “partiti morti” esprimevano tutti la stessa idea: eliminare gli intermediari. Ma una società complessa non può funzionare senza mediazioni. Quando i corpi intermedi vengono delegittimati, il risultato non è una maggiore democrazia: la comunicazione diretta leader-popolo concentra il consenso attorno a una figura carismatica.
Il rischio della democrazia plebiscitaria. Se una società perde le mediazioni culturali autonome, cresce il rischio di una democrazia plebiscitaria: il consenso viene costruito attraverso emozioni immediate, campagne digitali, leadership carismatiche e polarizzazione permanente. Il grillismo è stato uno dei primi grandi movimenti europei a costruire consenso dentro la nuova infrastruttura comunicativa digitale: di qui le sue fragilità (volatilità elettorale, leadership instabili, difficoltà organizzative e trasformazioni ideologiche rapidissime). Le piattaforme digitali delle Big Tech premiano velocità, indignazione e semplificazione; la democrazia invece è complessa: richiede tempo e mediazione. In una democrazia il giornalismo indipendente svolge una funzione critica: è verifica, approfondimento, memoria storica. Perché mandare affanculo il manifesto?
Il reddito di cittadinanza come welfare populista. Il reddito di cittadinanza è stato il tentativo più ambizioso del grillismo di costruire un welfare populista. Era una misura assistenziale e una promessa politica: restituire dignità ai cittadini esclusi dalla globalizzazione e dalla precarizzazione del lavoro. Il M5S interpretò il disagio sociale prodotto dalla lunga crisi economica italiana offrendo una risposta diretta e comprensibile. In questo senso il reddito di cittadinanza ebbe una funzione simbolica oltre che economica: dimostrava che lo Stato poteva intervenire concretamente a favore dei cittadini comuni. Ed ecco la contraddizione: se lo Stato può redistribuire reddito per correggere le disuguaglianze economiche, perché non dovrebbe sostenere anche il pluralismo culturale e informativo? Il rifiuto dei contributi pubblici all’editoria implica infatti una concezione molto selettiva del welfare. Il bisogno materiale viene riconosciuto, il bisogno culturale no. La sopravvivenza economica di un individuo è considerata una questione politica legittima, mentre la sopravvivenza di giornali, riviste, cooperative culturali o editori indipendenti viene affidata al mercato. Questa distinzione rivela una gerarchia implicita dei bisogni sociali. Il cittadino viene visto come consumatore e lavoratore, non come soggetto culturale e politico. Del resto, il reddito di cittadinanza era vincolato al lavoro gratuito obbligatorio e alla mobilità forzata: era un dispositivo di controllo sociale. Non era il reddito universale di base, che è il riconoscimento di un diritto fondamentale della persona, dunque indipendente dal lavoro, come richiede una risoluzione europea del 2009.
Reddito universale e cittadinanza culturale. La contraddizione tra reddito di cittadinanza e rifiuto del sostegno pubblico all’editoria apre anche una questione più ampia: cosa significa cittadinanza? Se viene ridotta alla sopravvivenza materiale, allora il welfare può limitarsi al trasferimento economico. Ma la tradizione democratica europea ha sempre concepito la cittadinanza anche come accesso alla conoscenza, all’informazione e alla partecipazione culturale. In questo senso il pluralismo mediatico non è un lusso, è una condizione della democrazia. Un cittadino privo di strumenti culturali e informativi è formalmente libero, ma di fatto più vulnerabile alla manipolazione economica e politica. Per questo il problema del finanziamento pubblico all’editoria non può essere ridotto a una mera questione contabile. Lo spiegano bene Emerson, Lake e Adorno. (3. Continua)