Basta soldi ai giornali (se i giornali sono questi)
Cari lettori, andiamo per ordine. Se è vero che la democrazia poggia su pilastri solidi, il giornalismo è certamente uno di questi. Ci sono stati momenti in Italia in cui la tenuta democratica è stata messa a rischio, e credo che quello attuale sia proprio uno di quelli. In un contesto simile, l’informazione non è un accessorio, ma una necessità vitale. Eppure, oggi ci troviamo di fronte a un sistema che fa acqua da tutte le parti.
La scelta del Fatto
Anche per il 2026, il Fatto Quotidiano ha rinunciato ai 752.000 euro del fondo straordinario — i famosi 10 centesimi a copia stampata. Una scelta di coerenza, portata avanti nonostante le difficoltà del mercato. Se volete saperne di più, trovate tutti i dettagli [qui]. Noi scegliamo di camminare con le nostre gambe: il nostro unico finanziamento pubblico siete voi.
Un sistema da riformare: chi beneficia dei fondi? La legge italiana destina contributi diretti a cooperative di giornalisti, enti senza fini di lucro ed espressioni di minoranze linguistiche. Sommando contributo diretto, indiretto e fondo straordinario, il sostegno pubblico totale all’editoria supera i 500 milioni di euro l’anno — oltre 2 miliardi dal 2003 a oggi. Soldi che, per fare un solo esempio, avrebbero potuto finanziare una piattaforma tecnologica comune per accompagnare i giornali nella transizione digitale, o sostenere un milione di progetti editoriali seri invece di essere distribuiti a pioggia — spesso a testate che continuano a pagare i collaboratori con compensi da fame.
Il problema è che troppo spesso questi fondi sostengono testate che fanno propaganda anziché informazione. E c’è un meccanismo che la politica si rifiuta di affrontare da anni: le cooperative di facciata. Il brand è della cooperativa, ma la redazione, gli immobili, le attrezzature e i contratti pubblicitari restano di una società commerciale tradizionale. La cooperativa incassa i fondi pubblici e li gira, direttamente o indirettamente, al privato. Il giornale beneficia di soldi destinati al pluralismo, pur essendo controllato da un editore con interessi forti.
Chi finanzia un giornale non lo controlla necessariamente, ma lo condiziona. E i giornali contano ancora, eccome. Condizionano l’agenda quotidiana di televisioni, radio, social e talk show: chi viene intervistato, quale storia diventa notizia, quale sparisce nel silenzio. Non si spiegherebbe altrimenti perché grandi imprenditori con interessi in settori ben più redditizi continuino a tuffarsi in un business che di redditizio ha ben poco. La stampa è ancora potere, anche quando perde copie.
I giornali a trazione cartacea sono un’eredità novecentesca. Non che la carta sia morta, ma oggi è diventata un bene di lusso, appannaggio delle élite che hanno in mano il bene più prezioso: il tempo. Per leggere tre o quattro testate al giorno servono almeno tre ore; anche solo per approfondirne una serve un’ora di “vita lenta“. Chi, oggi, tra il traffico e il lavoro, può permettersi questo lusso? Eppure, la normativa continua a ignorare il presente: riguarda quasi esclusivamente l’editoria cartacea, e le decine di testate digitali nate in vent’anni non hanno mai visto un euro di questi fondi.
Perché firmo per il referendum proposto dall’associazione Schierarsi
Non sono contrario agli interventi statali — mi definisco un onesto socialdemocratico. Ma un finanziamento di questa entità ha distorto il mercato e penalizzato chi è nato online. È quello che Luca Di Giuseppe, presidente dell’associazione Schierarsi, chiama “reddito di giornalanza“: gli stessi direttori e giornali che hanno attaccato il reddito di cittadinanza come assistenzialismo sopravvivono grazie ai trasferimenti pubblici. “Vogliamo portare al centro del dibattito del Paese il rapporto poco sano tra media e partiti, media e sanità privata e media e imprese”, ha dichiarato Di Giuseppe su ilfattoquotidiano.it.
Schierarsi è stata fondata da Alessandro Di Battista, che ne è vicepresidente, e conta circa 10.000 soci, quasi tutti under 30. Il quesito referendario è stato depositato in Cassazione il 20 aprile 2026. La raccolta firme è partita il 27 aprile: in meno di 24 ore erano già 30.700 adesioni digitali — tramite SPID o carta d’identità elettronica. Ad oggi sono 135.000 su 500.000 necessarie, raccolte in meno di tre settimane. I promotori hanno 90 giorni di tempo in totale. Quasi nessun giornale ne sta parlando — il che, a pensarci, è già una risposta. L’obiettivo è abrogare l’ultima proroga ai contributi pubblici all’editoria. Una legge del 2019 aveva stabilito la riduzione progressiva dei finanziamenti fino all’azzeramento entro 72 mesi. Nel dicembre 2023 quel termine è stato esteso a 96 mesi. Il referendum chiede di cancellare questa proroga: l’effetto sarebbe l’abrogazione immediata dei contributi diretti e il ritorno della materia al Parlamento, costretto a legiferare.
Non è la prima volta che si prova a cambiare le cose. Nel 2018, quando il M5S era al governo, il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli presentò un emendamento per ridurre e progressivamente cancellare i finanziamenti. Sul Blog delle Stelle, il senatore Primo Di Nicola li definì “una grande vergogna, fonte di sprechi, scandali e truffe”. Quell’emendamento non passò. I fondi sono rimasti, prorogati fino a oggi. Dobbiamo riprendere in mano il testo legislativo.
Se dobbiamo mantenere i finanziamenti, facciamolo bene: destiniamoli alle cooperative di giovani che fanno informazione seriamente su internet. Ma finché il sistema serve a mantenere in vita giornali che parlano di “assistenzialismo” altrui mentre incassano assegni dallo Stato, la mia firma è per l’abolizione. Puoi firmare anche tu su firmereferendum.giustizia.it con SPID o carta d’identità elettronica. Per saperne di più sull’iniziativa: bastasoldiaigiornali.it e la pagina di Schierarsi.
Basta soldi ai giornali, se i giornali sono questi.