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Erri De Luca a Gerusalemme, mi chiedo: per Gaza non vale ‘la parola contraria’?

Il 25 maggio, lo scrittore sarà ospite dell'International Writers Festival, a Mishkenot Sha'ananim. Parlerà di sé, di Napoli, del suo nuovo libro. Ma io vedo un problema di coerenza
Erri De Luca a Gerusalemme, mi chiedo: per Gaza non vale ‘la parola contraria’?
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Erri De Luca è un uomo coerente. Lo è sempre stato. Processo, minacce, gogna mediatica: ha tenuto duro. “La TAV va sabotata”, disse. E lo ripeté. E lo scrisse. E quando lo portarono in tribunale, non chiese le attenuanti, non si scusò, non si sfilò. Chapeau. Poi arrivò il 7 ottobre 2023. Poi arrivò Gaza. Poi arrivarono ventimila morti, quarantamila morti, i bambini sotto le macerie, i medici negli ospedali bombardati, i giornalisti uccisi uno dopo l’altro con precisione chirurgica. E De Luca? Silenzio. O quasi.

Il 25 maggio 2026, Erri De Luca sarà a Gerusalemme. Ospite d’onore dell’International Writers Festival, nella cornice bucolica del quartiere Mishkenot Sha’ananim. Parlerà di sé, di Napoli, del suo nuovo libro che uscirà presto in ebraico. “From Naples to Jerusalem”, si chiama il suo panel. Poetico, davvero. Ma io vedo un problema di coerenza che urla, e urla forte.

Le cesoie e il filo spinato. De Luca rischiò otto mesi di carcere per aver detto che la TAV andava sabotata. “Le cesoie sono utili perché servono a tagliare le reti”, dichiarò. Un cantiere in Val di Susa, qualche recinzione tagliata, qualche bulldozer graffiato: per questo l’Italia lo processò e lui — nobilmente — non si tirò indietro. La resistenza come valore morale. Il sabotaggio come legittima difesa di una comunità minacciata.

Bello. Giusto, probabilmente. E allora una domanda mi sorge spontanea: Gaza non è una comunità minacciata? I palestinesi non hanno diritto alla “legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua”? Le cesoie vanno bene per il filo spinato della TAV ma non per quello che circonda due milioni di persone da vent’anni? Non lo chiedo per paradosso retorico. Lo chiedo perché De Luca ha costruito tutta la sua figura pubblica sull’idea che le parole abbiano un peso specifico, che la letteratura non possa essere separata dalla politica, che lo scrittore abbia una responsabilità che va oltre il romanzo. Lo ha detto mille volte. Lo ha vissuto. E allora quella responsabilità vale anche adesso, o si applica con il bilancino?

Ci siamo abituati a un certo doppiopesismo. Quando la Russia invade l’Ucraina, tutti d’accordo: sanzioni, boicottaggi culturali, atleti russi fuori dalle Olimpiadi, Dostoevskij rimosso dai programmi universitari. Quando Israele bombarda Gaza per mesi, rade al suolo ospedali e scuole, blocca i convogli umanitari, uccide oltre cinquantamila persone secondo le stime più aggiornate — molti dei quali bambini, come documentano le organizzazioni internazionali — ecco che il frame cambia: “è complicato”, “bisogna dialogare”, “la letteratura non può essere ostaggio della politica”.

Coetzee — Premio Nobel, mica un No Tav della Val di Susa — ha rifiutato di andare a Gerusalemme. Lo stesso festival. La stessa data. Ha detto no. De Luca ha detto sì.

Sia chiaro: nessuno è obbligato a boicottare niente. Ognuno fa le sue scelte. Ma quando sei quello che ha costruito la sua identità pubblica sul coraggio della “parola contraria”, sul diritto di resistere al potere anche a costo personale, allora le tue scelte parlano più forte delle tue parole. E questa scelta parla chiarissimo.

“La letteratura deve restare libera da pressioni politiche” obietterà qualcuno. Nobile principio. Peccato che non valesse nel 2013, quando De Luca firmava appelli No Tav, scriveva pamphlet politici (La parola contraria) e trasformava ogni intervista in un atto di militanza. Allora la letteratura e la politica erano inscindibili. Erano anzi la stessa cosa.

La libertà della letteratura dalle pressioni politiche viene invocata sempre e solo quando fa comodo a chi ospita. Israele vorrebbe che la cultura internazionale continuasse a fluire normalmente — festival, premi, traduzioni, incontri — come se nulla fosse. Come se nel frattempo non stesse accadendo quello che sta accadendo. La normalizzazione culturale è parte della strategia. Non è un giudizio, è una constatazione: Netanyahu lo ha detto esplicitamente più volte.

“Vengo a parlare con il pubblico israeliano di tutte le altre cose”. Così De Luca avrebbe risposto, stando alle cronache. “Perché la letteratura ingloba tutte le altre cose.” Forse. Ma quando sei in Val di Susa, De Luca, non stavi parlando di tutte le altre cose. Stavi parlando di quella cosa lì. Precisa, puntuale, non negoziabile.

La domanda che resta è semplice: perché il cantiere in Val di Susa meritava la “parola contraria” e Gaza no? Perché per un’opera ferroviaria contestata (ma che non ha causato decine di migliaia di vittime) si rischia il processo e si porta la croce con orgoglio, e per un massacro documentato da ogni organizzazione umanitaria del mondo si trovano le sfumature? Non ho risposta. Forse ce l’ha lui.

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