Erano stati attacchi eclatanti contro la magistratura in Calabria. Inizierà l’8 giugno il processo nei confronti dei quattro imputati per l’esplosione della bomba sotto gli uffici della Procura generale di Reggio Calabria avvenuta il 3 gennaio 2010 e che scatenato più di una ipotesi sulla sua genesi. La Procura di Catanzaro ha chiesto e ottenuto dal gip il giudizio immediato per Antonino Lo Giudice, autoaccusatosi di essere il mandante, il fratello Luciano Lo Giudice, Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri. Gli ultimi due sono stati indicati dal collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice come esecutori materiali. Il pentito ha iniziato a parlare con i magistrati subito dopo il suo arresto nell’ottobre 2010, sostenendo di avere ordinato la sistemazione dell’ordigno perchè arrabbiato con lo Stato dopo l’arresto del fratello Luciano Lo Giudice e il sequestro di un cospicuo patrimonio. Luciano viene definito dagli inquirenti come l’anima economica della cosca. Di lui ha parlato di recente anche un altro collaboratore di giustizia, che è cugino dei Lo Giudice. Consolato Villani nel processo che si sta tenendo a Reggio Calabria con il rito ordinario, ha affermato che Luciano Lo Giudice “sapeva fare soldi”. 

Consolato Villani ha dato però una spiegazione diversa sugli esecutori materiali dell’attentato alla bomba di Reggio Calabria. In aula ha riferito di avere visto le immagini trasmesse in tv che ritraggono i momenti del posizionamento della bomba ma secondo lui alla guida dello scooter non c’era Vincenzo Puntorieri, come indicato da Antonino Lo Giudice, bensì lo stesso capo cosca. Nel video si distingue che il conducente porta una parrucca. “Anche io ne avevo due a casa, le usavamo spesso per andare a fare gli attentati agli esercizi commerciali”, ha rivelato Villani che in passato è stato organico alla cosca e si prestava anche ad atti dimostrativi per indurre i commercianti a pagare le imposizioni dei Lo Giudice. Antonio Cortese è stato indicato da entrambi, cioè sia da Villani che da Antonino Lo Giudice, come l’armiere della cosca. Colui che ha preparato con una bombola a gas l’ordigno esplosivo e che lo ha materialmente posizionato alla porta dalla procura generale. Avrebbe anche preparato il bazooka piazzato a duecento metri dal Cedir agli inizi di ottobre 2010 e fatto trovare in seguito a una telefonata alla questura di Reggio Calabria. Era indirizzato all’allora procuratore Giuseppe Pignatone.

Nell’immediatezza del fatto però l’interpretazione che il procuratore generale Salvatore Di Landro, vittima di un attentato nell’agosto del 2010, diede dell’attentato fu diversa. All’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano scrisse che secondo lui la spiegazione del gesto era legata alla vicenda del processo appena iniziato in appello che vedeva al banco degli imputati i condannati in primo grado per l’omicidio di Luigi Rende, la guardia giurata uccisa durante un tentativo di rapina il primo agosto 2007. Il difensore di uno degli imputati era l’avvocato Lorenzo Gatto, che aveva difeso in diverse occasioni Francesco Neri, sostituto procuratore generale in quello stesso processo. L’incongruenza venne lamentata dal procuratore Giuseppe Pignatone e dall’avvocato di parte civile Giulia Dieni. Nonappena Di Landro si insediò alla procura generale, proprio in quei giorni, provvide a sanare l’incongruenza e ne nacque un contrasto interno all’ufficio che si concluse con il trasferimento di Neri per incompatibilità ambientale. Vennero fatte anche altre ipotesi sugli autori delle bombe, tra cui alcuni esponenti del clan Serraino di Reggio Calabria. La pista venne poi abbandonata quando Antonino Lo Giudice iniziò a collaborare con la giustizia e a fornire la sua versione ma ancora formalmente non è stata comunicata l’archiviazione.

Nel frattempo sono arrivate le dichiarazioni di un nuovo pentito, Marco Marino, condannato per l’omicidio Rende. Ha confermato che correvano voci sui buoni rapporti tra l’avvocato Gatto (suo difensore nel periodo iniziale) e il sostituto procuratore generale Francesco Neri. Poi ha riferito di un colloquio avuto con un altro detenuto, Pino Papalia, legato alle cosche di Sinopoli, il quale gli aveva riferito che se al processo d’appello fosse stato confermato l’ergastolo avrebbe fatto in modo da “piazzare qualche ordigno per fare trasferire tutti i magistrati”. La sentenza è posteriore all’episodio della bomba del 3 gennaio. Sull’attendibilità del collaboratore di giustizia non ci sono ancora riscontri oggettivi.