In Vaticano non c’e’nessun “segreto” da rivelare sul caso di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana, figlia di un commesso della Casa Pontificia, sparita in circostanze rimaste oscure la sera del 22 giugno 1983, all’età di 15 anni, e la cui scomparsa pesa ancora oggi, a quasi trent’anni di distanza, come uno dei grandi misteri irrisolti. Con una lunga dichiarazione, pressoché senza precedenti per la puntigliosità e in certi passi la durezza, il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, replica oggi a chi ha messo in dubbio che Oltretevere si sia fatto tutto il possibile per giungere alla verità, spiegando che “nulla è stato nascosto” e assicurando nuovamente agli inquirenti, “come sempre, la collaborazione appropriata”.

La presa di posizione della Santa Sede su un caso in cui in tre decenni si sono susseguite rivelazioni e smentite, impasse delle indagini e nuove accelerazioni, oltre a ipotesi investigative di vario genere, segue quanto affermato nei giorni scorsi dai pm della Procura di Roma, secondo cui segreti e misteri della scomparsa della povera Emanuela sarebbero a conoscenza di personalità del Vaticano. Affermazioni cui il fratello Pietro Orlandi, instancabile autore di appelli alla verità, aveva fatto seguito chiedendo che “siano loro stessi a presentarsi ai pm e a dire quel che sanno”. Padre Lombardi spiega però che sul caso Orlandi “non risulta che sia stato nascosto nulla, nè che vi siano in Vaticano ‘segreti’ da rivelare sul tema”.

“Continuare ad affermarlo è del tutto ingiustificato”, sottolinea il portavoce vaticano, anche perchè “tutto il materiale pervenuto in Vaticano è stato consegnato, a suo tempo, al pm inquirente (Domenico Sica, ndr) e alle autorità di Polizia”. Inoltre, “il Sisde, la Questura di Roma e i Carabinieri ebbero accesso diretto alla famiglia Orlandi e alla documentazione utile alle indagini”. Per padre Lombardi, “tutte le autorità vaticane hanno collaborato con impegno e trasparenza come le autorità italiane”. Non solo, “se le autorità inquirenti italiane – nel quadro dell’inchiesta tuttora in corso – crederanno utile o necessario presentare nuove rogatorie alle autorità vaticane, possono farlo, in qualunque momento, secondo la prassi abituale e troveranno, come sempre, la collaborazione appropriata”.

Il portavoce vaticano ricorda al proposito l’interessamento personale di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli, l’accesso degli investigatori e del Sisde al centralino vaticano e alla casa della famiglia Orlandi (con l’autorizzazione a tenere il telefono sotto controllo), le risposte con le deposizioni di personalità vaticane a tutte e tre le rogatorie internazionali, una nel 1994 e due nel ’95. “I relativi fascicoli – osserva – esistono tuttora e continuano a essere a disposizione degli inquirenti”, e “non è fondato accusare il Vaticano di aver ricusato la collaborazione alle autorità italiane preposte alle indagini”. Piuttosto, “la sostanza della questione è che purtroppo non si ebbe in Vaticano alcun elemento concreto utile per la soluzione del caso”.

In base ai messaggi ricevuti che facevano riferimento ad Alì Agca, prevaleva infatti l’opinione che il sequestro servisse a una “oscura organizzazione criminale” per “inviare messaggi o operare pressioni in rapporto alla carcerazione e agli interrogatori dell’attentatore del Papa”. In Vaticano “non si ebbe alcun motivo per pensare ad altri possibili moventi del sequestro”, dice Lombardi, che non risparmia una dura frecciata: “l’attribuzione di conoscenza di segreti attinenti al sequestro da parte di persone appartenenti alle istituzioni vaticane, senza indicare alcun nominativo”, oltre a non corrispondere “ad alcuna informazione attendibile o fondata”, “a volte sembra quasi un alibi di fronte allo sconforto e alla frustrazione per il non riuscire a trovare la verità”. E il grave problema delle persone che ogni anno scompaiono, come pure la stessa “sofferenza” della famiglia Orlandi, “non sia un motivo per scaricare sul Vaticano colpe che non ha”.

Il portavoce della Santa Sede interviene anche sulla collocazione della tomba del boss della Magliana Enrico De Pedis, detto “Renatino”, nella basilica romana di Sant’Apollinare, che “ha continuato e continua ad essere motivo di interrogativi e discussioni, anche a prescindere dal suo eventuale rapporto con la vicenda Orlandi”: tra gli ultimi a parlarne, anche il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. “Da parte ecclesiastica non si frappone nessun ostacolo a che la tomba sia ispezionata e che la salma sia tumulata altrove, perchè si ristabilisca la giusta serenità, rispondendo alla natura di un ambiente sacro”, avverte padre Lombardi, rendendo noto così il via libera del Vaticano allo spostamento dell’imbarazzante sepoltura. “Un gesto cristiano, un importante passo avanti”, definisce Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, le dichiarazioni odierne di padre Lombardi. “Per me e per la mia famiglia questa è una cosa molto positiva – aggiunge -. Non so come si evolverà, ma è una cosa buona: è una mia idea, ma in quello che ha detto Lombardi credo che ci sia la parola del segretario particolare del Papa, padre George Gaenswein”. Quanto al fatto, poi, che il Vaticano sul caso Orlandi abbia sempre collaborato, “mi auguro – dice – che rispondano i giudici dell’epoca”.