“Faccia di mostro” non ha ancora un volto, così come non ha nome chi ha ucciso l’agente Nino Agostino e neanche chi ha armato la sua mano. A 22 anni dalla sua morte e da quella di sua moglie, Ida Castellucci, avvenuta il 5 agosto 1989, le indagini tornano al punto zero. Anche la pista che lo voleva presente fra gli scogli dell’Addaura a scongiurare l’attentato a Giovanni Falcone è sfumata: il dna prelevato dalla muta da sub, infatti, non coincide con quello dell’agente prestato ai servizi.

Allo stato attuale risulta indagato l’ex agente di polizia Guido Paolilli. Intercettato, nella sua casa di Montesilvano, provincia di Pescara, mentre alla tv davano un servizio in cui Vincenzo Agostino, padre di Nino, parlava del biglietto trovato nel suo portafogli (in cui era scritto “se mi succede qualcosa andate a cercare nell’armadio di casa”) a domanda del figlio, ha risposto candidamente di aver distrutto “una freca di carte”. Il suo ruolo, secondo l’inchiesta della procura di Palermo, sarebbe stato di depistare le indagini. Paolilli, infatti, fu chiamato a Palermo dall’allora capo della squadra mobile, Arnaldo La Barbera, a condurre le indagini sul delitto, indirizzandole immediatamente su un movente passionale che non ha mai trovato alcun riscontro. Dopo qualche mese Paolilli, ritenuto anche un uomo di Bruno Contrada, è stato ingaggiato dall’Alto commissariato antimafia. Per lui l’accusa è di favoreggiamento, la stessa per cui risultano indagati un ex dirigente di polizia di origini calabresi e un ex prefetto di Messina.

Il personaggio ormai noto alle cronache come “faccia di mostro” per via del viso deturpato – che sarebbe stato presente all’Addaura e in via D’Amelio – sarebbe stato identificato, in un primo momento, il tale Aiello, dirigente di polizia in pensione. Il suo volto è stato riconosciuto dal pentito Vito Lo Forte. A lui si sarebbe giunti anche tramite alcuni colloqui investigativi effettuai in carcere con Ignazio D’Antone, l’ex dirigente della mobile palermitana che sconta nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere una condanna a 10 anni per concorso esterno. Ma il volto di Aiello non è stata riconosciuto con certezza da Vincenzo Agostino. C’è da dire che la foto mostrata al papà di Nino, mostrava il viso di Aiello prima che fosse deturpato dall’esplosione accidentale di una pistola. Vincenzo Agostino è uno dei pochi testimoni oculari ad aver visto “faccia da mostro”. Secondo il suo racconto, fatto subito dopo la scomparsa del figlio, mentre l’agente si trovava in viaggio di nozze, due persone sarebbero andate a cercarlo a casa sua. E uno di questi, quello che portava la moto, sarebbe “faccia da mostro”. “Un uomo con i capelli biondi, dal viso orribilmente butterato” ha spiegato Vincenzo Agostino. La persona che lo accompagnava sarebbe stata riconosciuta in passato ma, dopo una verifica, è risultato che in quel periodo si trovava in carcere.

Allo stato attuale delle indagini non c’è nulla che leghi i delitti Agostino e Piazza. L’unico punto di conversione fra le due tragiche storie è la presenza, in ambedue i casi, dell’allora capo della squadra mobile Arnaldo La Barbera. Quando il padre di Emanuele Piazza è andato a denunciare la scomparsa del figlio, il capo della squadra mobile palermitana si sarebbe raccomandato di tenere segreta la notizia che, infatti, dal 16 marzo è stata resa nota solo il 16 settembre 1990. Un quadro che prende tinte foschi dal momento della scoperta – resa nota dai giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza nel libro “L’Agenda nera della seconda Repubblica” – che La Barbera fosse al soldo dei servizi segreti, con nome in codice di “Catullo”. E la frase, attribuita a Giovanni Falcone, mentre era allestita la camera ardente per il poliziotto ucciso, sarebbe stata “lo hanno ammazzato per dare un segnale a noi”, rivolgendosi a Saverio Montalbano, allora dirigente del commissariato San Lorenzo, dove formalmente Agostino prestava servizio.

Sulla caso del delitto Agostino non è mai stato apposto il segreto di Stato. Anche perché, qualora fosse accaduto, significherebbe che vi sono elementi – tenuti segreti – per risolvere il caso. In realtà il segreto di Stato è venuto fuori in seguito alla richiesta da parte dell’allora sostituto procuratore di Palermo, Domenico Gozzo – che con il pm Antonino Di Matteo coordinava le indagini – di ottenere l’elenco degli agenti dei servizi segreti attivi in Sicilia nel periodo in cui è maturato il delitto Agostino. Una richiesta che, per ovvie ragioni, non è passata. E più che segreti di Stato, ne sono convinti gli inquirenti, si è di fronte a reticenze di Stato.