Per Bossi deve andare “in galera”. Per Berlusconi il suo arresto sarebbe “assurdo”. Sul caso di Alfonso Papa i due grandi alleati la vedono esattamente all’opposto. Con i giornalisti incontrati a Montecitorio oggi pomeriggio, il segretario della Lega è stato lapidario. Solo due parole per liquidare il caso del deputato del Pdl inseguito da una richiesta d’arresto della Procura di Napoli per lo scandalo P4: “In galera”, appunto. Stamattina l’astensione dei due rappresentanti leghisti nella giunta per le autorizzazioni a procedere è stata determinante per il parere favorevole all’arresto. Parere non vincolante, ma significativo, per la votazione definitiva che si svolgerà alla Camera.
Di tutt’altro tono, qualche ora prima, il commento di Silvio Berlusconi, dopo un incontro faccia a faccia con Papa: “Non si vota sì a una richiesta di arresto preventivo”, che la Giunta per le autorizzazioni spiani la strada alla magistratura è addirittura una cosa “assurda”.

Quanto al diretto interessato, “sul voto in aula mi appello alla coscienza dei parlamentari e preciso che il carcere non mi fa paura”, ha commentato Papa, ex magistrato, “se dovrà servire a veder trionfare la verità e la mia innocenza, di cui sono certo”. I leghisti rivendicano la scelta di stamattina e rincarano la dose: “La prossima settimana darò indicazioni per un voto favorevole della Lega in aula all’arresto di Papa”, ha annunciato il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni.

In giunta, hanno votato a favore del provvedimento chiesto dalla Procura di Napoli che indaga sullo scandalo P4 tutte le opposizioni, dal Pd all’Idv all’Udc. I rappresentanti del Pdl hanno abbandonato l’aula per protesta, contro la decisione del presidente Pier Luigi Castagnetti di mettere ai voti la relazione di minoranza presentata dall’Idv.

Dopo giorni di polemiche e tentennamenti interni al fronte berlusconiano, i sì sono stati 10 (tra i quali lo stesso Castagnetti) e gli astenuti 3: i due leghisti Luca Paolini e Fulvio Follegot, il Responsabile Elio Belcastro. I rappresentanti del Pdl hanno lamentato la “violazione del regolamento”. Un caso originato dalla rinuncia del relatore Francesco Paolo Sisto, che aveva affermato di aver bisogno di più tempo per leggere le carte.

Ma più della mole di documenti arrivati dal tribunale di Napoli, ha pesato la certezza di andare incontro a una sconfitta, dopo che Umberto Bossi aveva annunciato l’astensione della Lega. Il presidente Castagnetti ha dato allora la parola al relatore di minoranza, Federico Palomba dell’Idv, scatenando la reazione dei berlusconiani. “Non ho fatto nessuna forzatura”, ha replicato Castagnetti. Che anzi ha fatto sapere di aver concordato la procedura con il presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale di rimando ha definito lo svolgimento della seduta “ineccepibile”.

Il caso si presentava particolarmente delicato. Gli elementi raccolti contro Papa dai magistrati napoletani erano particolarmente corposi, soprattutto riguardo alla raccolta di informazioni riservate attraverso una rete di uomini delle forze dell’ordine al suo servizio. Nel momento in cui si discute una Finanziaria “lacrime e sangue” e la casta torna sotto accusa per i suoi privilegi, il salvataggio del deputato Pdl sarebbe stato politicamente rischioso, soprattutto per la Lega. Meglio, per il centrodestra, cercare di saltare il passaggio in giunta e andare direttamente alla Camera, confidando magari nel “miracolo” del voto segreto. Ma il colpo non è riuscito.

La parabola di Papa ricorda quella di Alberto Tedesco, il senatore del Pd (oggi nel gruppo misto) inseguito da una richiesta di arresto per lo scandalo della sanità pugliese. Anche in quell’occasione, nonostante le parti invertite, il Pd ha sostenuto l’arresto, il Pdl si è pronunciato contro e la Lega si è astenuta. Risultato, via libera al provvedimento dei magistrati. Però era il 6 aprile, più di tre mesi fa. Poi più nulla è successo, e l’aula non si è ancora pronunciata.