Nucleare, avanti tutta. Eric Besson, ministro dell’Industria francese, un sarkozysta di ferro, ha ribadito che il suo Paese non ha in programma alcuna moratoria sull’atomo, nonostante la catastrofe di Fukushima. “E non siamo un caso isolato”, ha precisato. Ha pure inviato una serie di bordate alla signora Merkel, che ha deciso di chiudere tutte le centrali da qui al 2022. “Quali saranno le conseguenze della sua decisione? Ci sarà un aumento nel ricorso al carbone e al gas. E, quindi, più emissioni di gas a effetto serra”. Insomma, i tedeschi, inquinatori. Brutti e cattivi.

Besson è uno che nella sua vita è sempre stato socialista, finché a sorpresa, nel febbraio 2007, mentre aiutava Ségolène Royal durante la campagna presidenziale, migrò sull’altro fronte, quello di Nicolas Sarkozy. Da allora è diventato uno dei fedelissimi del presidente, perfino in questi tempi di tracollo nei sondaggi per il povero Nicolas. Le dichiarazioni di oggi, al quotidiano Libération, vanno in questo senso (Sarkozy è uno strenuo difensore del nucleare). E (forse ancora più sconvolgente) quelle parole non hanno scandalizzato proprio nessuno nella seconda potenza mondiale del settore, dopo gli Usa e prima del Giappone.

Barack Obama – ha sottolineato Besson – ha appena riaffermato che negli Stati Uniti non sospenderanno il nucleare. E, malgrado la tragedia di Fukushima, il Giappone non ha alcuna intenzione di chiudere le sue centrali. La Cina e l’India stanno lanciando nuovi programmi per rispondere ai loro bisogni energetici. E in Europa il Regno Unito, la Repubblica ceca e la Bulgaria proseguono i propri sforzi in questo senso”. Nessun accenno, ovviamente, ai dubbi di Belgio, Austria. E dell’Italia, dove il colosso pubblico francese Edf spera ancora di costruire con Enel (e il beneplacito di Silvio Berlusconi) quattro Epr, le centrali di terza generazione: all’avanguardia sì, ma costosissime.

La Germania? “E’ un Paese sovrano – ha aggiunto stizzito Besson – ma, abbandonando il nucleare, accrescerà le emissioni di gas a effetto serra. E le importazioni di elettricità prodotta grazie al nucleare. Non solo, la decisione tedesca determinerà in quel Paese un aumento del prezzo dell’elettricità per le famiglie e le imprese”. Non ha ricordato gli sforzi supplementari promessi dalla Merkel nel campo delle rinnovabili. “Il mondo non può fare a meno del nucleare nel ventunesimo secolo – ha chiosato il ministro – e nessuna statistica affidabile può basarsi su due incidenti in mezzo secolo, Chernobyl e Fukushima”. Anzi, la tragedia giapponese, secondo Besson, avrà un effetto positivo, “farà progredire la sicurezza nucleare”.

Premesso che vige la libertà d’opinione, sul nucleare e non, va detto comunque che le parole del sarkozysta vanno contestualizzate. Bisogna ricordare il peso del nucleare in Francia. Che significa business, posti di lavoro. E tanti soldi per lo Stato. I maggiori gruppi attivi nel settore sono Edf (in mani pubbliche all’85%: solo in Francia gestisce 58 centrali), Areva (quasi il 90% del capitale è dello Stato: è la società all’origine delle tecnologie, Epr compreso) e Gdf-Suez (“solo” il 36% è pubblico).

Parigi ha puntato molto sull’atomo, anche per la ricerca. Mentre nel Paese interi comparti manifatturieri scomparivano, un processo molto più accelerato e debordante che in Italia, il nucleare continuava a crescere e a “salvare” l’economia di certe zone economicamente depresse. Vedi l’area di Flamanville, in Normandia, dove già esistono due reattori. E un altro, di terza generazione è ora in fase di costruzione. Ebbene, solo quest’ultimo cantiere sta dando lavoro a 3.800 persone: francesi, ma anche tanti portoghesi e rumeni, sbarcati qui, nell’Eldorado dell’atomo. Vicino a Flamanville sono visibili diverse case con piscina, proprietà di tecnici Edf e Areva, fra i più pagati (soprattutto questi ultimi) in Francia. Da sottolineare: i costi per il cantiere del nuovo Epr (dove assieme a Edf è coinvolta la nostra Enel) sono progressivamente lievitati, da 3,3 a cinque miliardi. Un classico quando si tratta di mastodontici progetti di questo tipo, a suon di finanziamenti pubblici. Insomma, difficile per Parigi rinunciare all’atomo. Besson lo sa benissimo.

di Leonardo Martinelli