Due camionette della polizia, una dei carabinieri, una trentina di addetti alla security. All’assemblea di Enel, che si è tenuta ieri a Roma, non si era mai visto un simile dispiegamento di forze. Davanti all’ingresso di Viale Regina Margherita si sono riuniti una cinquantina di attivisti anti-nucleare: bandiere dei Cobas, di Greenpeace, del Comitato referendario. Ma quest’anno la protesta è continuata anche dentro. L’ambientalista russo Vladimir Slivyak di Ecodefense è arrivato apposta da Mosca per intervenire in assemblea, preoccupato per la costruzione di una nuova centrale nucleare a Kaliningrad, la sua città natale. “E’ dal 2008 che Rosatom, la compagnia statale del nucleare, promuove la costruzione del Baltic Nuclear Power Plant a Kaliningrad”, ha spiegato Slivyak a ilfattoquotidiano.it. “Le autorità russe hanno chiesto ripetutamente alle corporation europee di partecipare al progetto, offrendo il 49% delle azioni. Hanno speso milioni di euro per far pubblicità all’impianto in tutta Europa. Alla fine non è arrivato nessun investimento estero. Solo Enel ha manifestato interesse, ed è per questo che oggi sono qui”.

Vladimir è stato delegato a partecipare in assemblea da Crbm (Campagna Riforma Banca Mondiale), un’associazione con sede a Roma legata all’ONG Manitese. Dal 2008, assieme alla Fondazione Culturale Responsabilità Etica (Banca Etica), Crbm promuove iniziative di azionariato “critico” in Italia. “Su suggerimento di Crbm e di altre associazioni come Greenpeace, abbiamo comprato azioni di Enel e di Eni e da quattro anni interveniamo alle assemblee”, spiega Mariateresa Ruggiero, direttore della Fondazione. “Chiediamo alle società di essere più trasparenti e di valutare in modo più appropriato gli impatti sociali e ambientali delle proprie azioni, soprattutto nei paesi del sud del mondo. E’ un esercizio di democrazia economica, per stimolare la partecipazione dei piccoli azionisti alla vita delle imprese”.

Oltre a Slyviak erano presenti in assemblea anche tre attivisti cileni. Delegati da Crbm, sono arrivati per protestare contro il progetto di Enel, ereditato da Endesa Chile, che prevede la costruzione di quattro grandi dighe nella Patagonia cilena, una zona incontaminata, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Li guida Jorge Eladio Hueque Catriquir, un indio Mapuche, portavoce del parlamento di Koz Koz, che vive nei territori su cui dovrebbero sorgere le dighe. I delegati stranieri si sono alternati al microfono intervenendo sul primo punto all’ordine del giorno: l’approvazione del bilancio. Hanno cinque minuti a testa, compresa la traduzione consecutiva in italiano. La metà del tempo previsto da Enel nel 2010.

“Ritiratevi dal progetto, la nostra popolazione rischia di scomparire”, spiega Hueque Catriquir a Enel. “In ogni caso noi non ci arrenderemo. Continueremo a lottare e ci faremo sentire in tutto il mondo. La reputazione di Enel potrebbe essere danneggiata in modo irrecuperabile”.

Dopo il discorso dell’indio Mapuche, è seguito l’intervento del rappresentante della Fondazione Banca Etica. Il focus è, ancora una volta, sul nucleare. Sul banco degli imputati i progetti di Enel in Slovacchia e Romania, dove la società italiana sta investendo nel completamento di due impianti di epoca sovietica. “In Romania tutte le grandi compagnie europee si sono ritirate dal progetto perché l’hanno ritenuto impraticabile dal punto di vista finanziario. Enel è rimasta la sola compagnia ad appoggiare il governo rumeno nel consorzio. Perché? Quali sono i vantaggi economici che si pensa di ottenere?”, chiede la Fondazione.

La replica di Fulvio Conti, amministratore delegato dell’Enel, è arrivata dopo quasi un’ora di pausa. Il tempo necessario per permettere al “pensatoio” di elaborare le risposte. Che non lasciano grandi margini di dialogo. “Sul nucleare la macchina non si ferma. Il progetto è sospeso in Italia, ma continueremo a investire all’estero per migliorare le nostre tecnologie”, spiega Conti. “A Kaliningrad non escludiamo di poter investire, ma prima dobbiamo completare lo studio di fattibilità. Per ora non abbiamo preso alcun impegno di investimento sulla centrale, quindi l’appello dell’azionista russo cade nel vuoto”.

Anche sulla Patagonia Enel è inamovibile. “Il governo cileno, che esercita il suo potere in uno stato democratico, ha approvato il progetto e noi ci atterremo alle sue decisioni”, continua l’ad di Enel. “Ci sono arrivate 3.000 diverse osservazioni formali sulle dighe da parte delle autorità cilene e stiamo rispondendo a tutte le obiezioni, una per una. Ormai ne mancano solo cento”. Secondo Enel il progetto avrebbe un impatto ambientale minimo su una porzione di territorio che corrisponderebbe appena allo 0,05% della regione dell’Aysén, nella Patagonia cilena. Ma la valutazione di impatto ambientale (VIA) non è ancora pronta. Rimandata più volte nel corso degli ultimi due anni, doveva essere approvata in Aprile. Il percorso però potrebbe essere ancora lungo.

Conti ha risposto alle domande in modo duro, spiegando che i problemi maggiori dell’Italia in campo energetico sono “il pregiudizio ambientalista e l’atarassia amministrativa”, due questioni apparentemente ineliminabili nel nostro paese.

L’assemblea si è chiusa dopo le nove di sera con l’approvazione, scontata, del bilancio (99,7% di voti a favore) e l’elezione del nuovo Consiglio di Amministrazione. Il ministero del tesoro, azionista di maggioranza di Enel con il 30%, incassa 822,6 milioni di euro di dividendi. Per gli azionisti critici e gli attivisti ambientali resta una piccola consolazione: Fulvio Conti, molto probabilmente, tornerà a casa con la sua macchina elettrica aziendale. “A Roma mi muovo solo con quella”, ha dichiarato in assemblea. “La ricarico qui in sede e viaggio con l’energia di Enel”. Sono soddisfazioni.