A Roma migliora la raccolta differenziata, ma metà rifiuti non va a riciclo: bisogna puntare sul senso civico
Luci e ombre sui rifiuti romani. Iniziamo dalle luci: secondo i dati Ama, nei primi mesi di quest’anno è cresciuta dello 0,6% la raccolta differenziata (che arriva così complessivamente quasi al 50%), sono aumentati del 5% i rifiuti trattati, e si è registrato un aumento del 9% di accessi dei cittadini ai centri di raccolta per smaltire correttamente rifiuti ingombranti, elettronici e speciali. In più, pochi giorni fa la regione Lazio ha comunicato di avere assegnato ai Comuni 18 milioni di euro per potenziare le attività di trattamento per il riutilizzo dei rifiuti ma, soprattutto, ha varato un nuovo progetto di piano per “ridurre la produzione complessiva degli scarti, aumentare sensibilmente la quota di raccolta differenziata entro i prossimi cinque anni e dotarsi degli impianti per chiudere il ciclo dei rifiuti”.
Si tratta di novità che sono importanti, nel loro complesso, come intendimenti e come linea di tendenza in quanto, finalmente – anche se per ora solo sulla carta – si rientra nell’alveo della gerarchia comunitaria sui rifiuti che, come è noto, colloca al primo posto la prevenzione (“il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto”), al secondo il riutilizzo e il riciclaggio, al terzo il trattamento con recupero di energia (termovalorizzatori), relegando all’ultimo posto lo smaltimento in discarica e l’incenerimento bruto.
Ciò che lascia perplessi, però, sono le modalità di realizzazione in quanto nulla si dice né su come, in concreto, attuare la prevenzione né su come migliorare concretamente quantità e qualità della raccolta differenziata, chiave di volta per riciclare i rifiuti senza provocare inquinamenti e punto debole della situazione di Roma. Si deve, infatti, considerare in primo luogo che, come quantità, l’attuale percentuale romana del 49% è certamente insufficiente a fronte di una media nazionale del 61,3% e di un obiettivo del 65% al 2035 (il piano regionale punta addirittura al 72,3% entro il 2031).
Ma, soprattutto, dagli stessi dati regionali risulta che nel corso del 2025 solo metà dei rifiuti raccolti (830.000 su 1.700.000 tonnellate) sono stati inviati a riciclo proprio per la pessima qualità della raccolta differenziata a Roma, dove si trova di tutto e di più. E adesso, leggendo il nuovo piano, appare evidente che, in realtà, non ci sono effettive misure per un congruo miglioramento in quanto si continua a puntare su un potenziamento dell’impiantistica e soprattutto sulla destinazione a termovalorizzazione, con la costruzione di un megaimpianto a Santa Palomba dove andranno tutti i rifiuti non riciclabili raccolti dalla differenziata (circa la metà, come abbiamo visto).
Così però saltano le prime due opzioni comunitarie e ci si concentra sulla penultima (trattamento con recupero di energia), che invece la Ue vuole ridurre “per evitare che si creino sia ostacoli alla crescita del riciclaggio e del riutilizzo sia sovraccapacità per il trattamento dei rifiuti residui”; evidenziando nel contempo che l’incenerimento dei rifiuti, anche con recupero di energia, è considerato comunque “un’attività che arreca un danno significativo all’ambiente”.
È quindi auspicabile che il Comune di Roma, in attesa dell’approvazione del piano regionale, metta subito in atto misure per migliorare la quantità e soprattutto la qualità della raccolta differenziata, potenziando i controlli e aumentando al più presto la raccolta porta a porta (oggi molto limitata) che è la vera strada per consentire un recupero dei rifiuti senza danni ambientali. Con la consapevolezza che, comunque, nulla si può fare senza un vero coinvolgimento dei cittadini per produrre meno rifiuti (basta “usa e getta”) e per differenziare correttamente già a casa, alla fonte, i rifiuti, conferendoli poi negli appositi contenitori.
Insomma, aumento dell’impiantistica e della tecnologia ma anche e soprattutto aumento di cultura e di senso civico da conseguire in ogni modo possibile, dalla scuola all’uso dei social, in questa strana epoca dove impera ormai, con valori spesso distorti a fini di profitto economico, una martellante realtà virtuale che ci sta disabituando a ragionare e a fare scelte con la nostra testa, facendoci sempre più diventare solo oggetti di consumo.