Insegnanti di sostegno insufficienti, continuità didattica compromessa, famiglie in difficoltà. Gli effetti della riforma voluta da Mariastella Gelmini si moltiplicano, colpendo la parte più vulnerabile del mondo della scuola. Ma i genitori non ci stanno, e portano in tribunale il ministero dell’Istruzione, che a seguito di due condanne per discriminazione invia un comunicato alle scuole e corre ai ripari. Il ministro Gelmini non rilascia commenti. E secondo i legali delle famiglie coinvolte la battaglia è appena iniziata.

La scarsità delle risorse, quando parliamo di disabilità e diritto all’istruzione, non può mai giustificare il disservizio, si trattasse anche di una sola ora di lezione. E’ scritto in alcune recenti sentenze, che danno ragione alle famiglie degli studenti disabili ai quali le ore di sostegno per l’anno scolastico 2010/2011 erano state drasticamente ridotte in seguito ai tagli operati dalla riforma Gelmini. La più recente viene da La Spezia, dove il tribunale, nel condannare il ministero all’immediato ripristino delle ore negate – lo studente era passato da 18 a 9 ore – giudica il taglio alla didattica una “discriminazione inaccettabile” che viola l’articolo 3 della Costituzione, dove è sancito l’impegno della Repubblica al pieno sviluppo della persona.

Il caso di La Spezia si aggiunge a quelli di Milano. “Qui il ministero ha presentato un ricorso, incurante dell’obbligo di immediata esecuzione della sentenza emessa a gennaio. Ma il 19 di marzo il tribunale ha ribadito la condanna”, spiega Livio Neri, il legale che ha assistito diciassette famiglie nella prima azione collettiva contro il ministero dell’Istruzione, gli uffici scolastici e i singoli istituti. Nel fare ricorso, il ministero si è difeso dall’accusa di discriminazione sottolineando come “le riduzioni degli stanziamenti abbiano inciso su tutte le voci di spesa, diminuendo le risorse destinate sia agli alunni diversamente abili che a quelli privi di disabilità”, e che “non può configurarsi una riduzione della dotazione di sostegno, semmai una diversa assegnazione sulla base dei criteri di riferimento”. Il ministero si è poi aggrappato a quelle che sono “le risorse effettivamente spendibili”. Ma secondo il tribunale di Milano le cose stanno diversamente. Il ricorso viene bocciato e la condanna confermata: “azione discriminatoria”. Adesso al ministero rimangono solo trenta giorni per attuare il ripristino di tutte le ore tagliate. Altrimenti? “Altrimenti rischia un processo penale – spiega l’avvocato Neri – che in caso di discriminazione di disabile prevede una pena che può arrivare fino a tre anni di reclusione”.

Il rischio è reale, la legge parla chiaro. Così ieri il ministero ha cercato di correre ai ripari, inviando una comunicazione alle tre scuole milanesi interessate dall’azione collettiva dei genitori. “Siete invitati a presentare una motivata richiesta di eventuali risorse di sostegno aggiuntive nella misura assolutamente indispensabile per dare applicazione all’ordinanza”, si legge nella comunicato del Miur. “Curioso che il ministero si ostini a chiedere motivazioni alle scuola – dice ancora Neri – la motivazione è quella contenuta nelle sentenze, non c’è bisogno di altro”. La conferma arriva da Francesca Altomare Lavizzari, preside dell’istituto Cavalieri di Milano, coinvolto nella vicenda insieme allo Stainer e al Ferrante Aporti. “Non sussistono discordanze tra quanto stabilito da Tribunale a seguito del ricorso prodotto dai genitori e le necessità della scuola”, scrive la preside nella sua risposta al ministero, e precisa: “L’Ufficio scolastico regionale e quello territoriale sono in possesso di tutta la documentazione necessaria per stabilire quali risorse attribuire all’Istituto per un proficuo inserimento dei suoi alunni diversamente abili”. Insomma, le scuole non intendono diventare il capro espiatorio del ministero. A Roma dovranno prendersi le proprie responsabilità.

Secondo i legali delle famiglie coinvolte le condanne al ministero costituiscono un precedente importante, che darà coraggio e strumenti a quanti fino ad ora non potevano o non sapevano trovare il modo di far valere i diritti dei propri figli. In questi mesi, al lavoro dei tribunali civili si aggiunge quello di molte sezioni del Tar. Ultimo in ordine di tempo, il tribunale amministrativo della Puglia ha accolto il ricorso di sessanta famiglie contro l’eliminazione di una trentina di posti per insegnanti di sostegno.

La Gelmini ha negato più volte che il ministero abbia subito condanne. Il 7 marzo a ilfattoquotidiano.it il ministro ha detto riguardo alla sentenza di Milano: “Non mi risulta che il ministero sia stato condannato. Anche questo è uno dei casi in cui la demagogia prevale sui dati. Vi invito a verificare sul sito del ministero come gli insegnanti di sostegno messi a disposizione siano 3.500 in più”. Una settimana dopo, il “non ne so nulla” è arrivato davanti al conduttore Fabio Fazio e ai milioni di telespettatori della trasmissione ‘Che tempo che fa’ del 13 marzo. Ora le condanne per discriminazione sono diventate due. E il ministro sceglie il silenzio.