Ho iniziato la mia carriera di giudice a 26 anni. Un anno dopo facevo il giudice penale a Locri, in terra di ‘ndrangheta. Dal giorno della mia prima udienza, un 22 maggio, non ho mai smesso di scrivere sentenze. Se prima di quel 22 maggio, però, non sapevo cosa significasse dover decidere della vita di una persona (che riguardi il suo patrimonio, il suo lavoro o la sua libertà non cambia poi molto…) da quel giorno non l’ho mai dimenticato e, oggi, di anni, ne ho quasi 40.

A volte, anche nei momenti più belli della giornata, mi viene improvvisamente in mente qualche imputato che, a causa della sua infermità mentale, ho dovuto condannare all’ospedale psichiatrico. Penso alla sua vita distrutta, in quei posti, nascosti ai nostri occhi, che una recente inchiesta ci ha svelato nel loro più orribile profondo. O a quella bimba di 12 anni, violentata da sempre e finalmente incinta del suo primo amore, che pensava l’avrebbe portata via dal suo inferno. E che io invece, applicando la legge, ho dovuto disporre che venisse indagato per violenza sessuale. O ancora, a quell’operaia cui, per un errore processuale del proprio avvocato, ho dovuto confermare un licenziamento illegittimo. Il prezzo del rifiuto di inaccettabili ricatti sessuali.

Certamente non mi diverto a prendere decisioni. Ma è il mio lavoro. A volte fatico a trovare la forza di applicare norme che non condivido, ma, avendo giurato fedeltà alla Repubblica e alle sue leggi, lo faccio. Posso sbagliare, certo. Sicuramente, come ogni essere umano, l’avrò fatto tante volte. Spero che abbia rimediato il giudice di appello o la Cassazione. Servono proprio a questo.

Mi aiuterà, la proposta di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, a prendere decisioni giuste o a sbagliare di meno? Temo proprio di no. È una legge che non mi piace. Non per paura di essere condannato: basterà pagare un’assicurazione, probabilmente. Non per paura di essere giudicato: pagare per i miei errori, paradossalmente, mi aiuterebbe a scaricare la coscienza. Ho paura, invece, di non avere il coraggio di giudicare serenamente. Ho paura di giudicare con il retropensiero, non dichiarato neanche a me stesso, di rischiare soldi e carriera. Ma, soprattutto, ho paura di farmi involontariamente condizionare da chi ho davanti.

Si, perché in futuro – se passasse questa legge – i giudici non rischierebbero nulla se sbagliassero una decisione nei confronti di un debole, di un povero, di un emarginato, che già ora, per regole di mercato, non è di certo avvantaggiato dall’assistenza legale di un principe del foro. Rischieranno carriera e soldi, invece, solo quando giudicheranno il potente di turno, il ricco, l’arrogante che può permettersi di scomodare avvocati e sborsare soldi per cercare “giustizia ad ogni costo” (ma, il più delle volte, sarebbe più corretto chiamarla vendetta) contro chi si è permesso di giudicarlo. Gli utenti della giustizia lo avranno presto ben chiaro, temo.

Ho tutta l’impressione che si tratti, quindi, di una (altra) legge che involontariamente favorirà i potenti, indebolirà i giudici e aumenterà l’ingiustizia. Francamente non ne sento la necessità.