Nel Partito democratico sembra arrivata la resa dei conti. La relazione di Pier Luigi Bersani alla direzione del partito ha scatenato un effetto domino che ha rischiato di portare alla “sfiducia” del segretario. Rischio sventato dalla decisione, raggiunta al momento del voto, dei moderati veltroniani di astenersi. Il movimento democratico, che riunisce i fedeli di Valter Veltroni, a fine mattinata aveva annunciato il voto contro Bersani. Fioroni e Gentiloni, responsabili per il Welfare e per le Comunicazioni, hanno rimesso i loro mandati, poi confermati dal segretario. Persino i rottamatori, Renzi e Civati, sono ai ferri corti. Insomma, più che una direzione “per scegliere una linea di azione”, come avevano annunciato segretario e vertici del partito, sembra essere l’epilogo del tutto contro tutti. Così, nel giorno in cui la sentenza della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento rimanda Berlusconi ai suoi processi e a Torino si apre il referendum dei lavoratori Fiat di Mirafiori, il maggior partito d’opposizione si contorce su se stesso per spaccarsi ulteriormente. Poi i pezzi tornano quasi tutti uniti e al termine della direzione nazionale, la relazione del segretario è approvata con 127 sì, 2 contrari e 2 astenuti. La minoranza di Movimento Democratico non ha partecipato al voto, mentre l’area Marino ha approvato la relazione.

Nonostante l’allarme caos sia rientrato, resta preoccupante il gesto di Fioroni che ricorda tanto il “mi cacci?” di Gianfranco Fini. L’episodio ha infatti portato il livello dello scontro alla Direzione del Pd fino ai limiti della rottura. Uno scenario rientrato, come lo stesso Fioroni pensava che andasse a finire, ma che lo ha portato a sfidare non tanto il segretario Bersani quanto Dario Franceschini, in un duello tra ex Dc. Già da mercoledì si era cominciato ad affilare le armi, quando si era saputo che Dario Franceschini aveva chiesto a Bersani che si votasse in Direzione, per stanare i Modem di Veltroni, Gentiloni e Fioroni. “Non è possibile – ha detto ai suoi – che loro ogni volta blocchino le decisioni nette del partito, per poi dire che il Pd non ha una posizione”. Il sospetto di Movimento democratico era che i franceschiniani puntassero a “spingerlo” fuori dal Pd. “Vogliono cacciarci come ha fatto Berlusconi con Fini” ha detto Fioroni ai suoi.

Bersani aprendo la Direzione ha chiesto il voto, dopodiché è stato Franceschini a rincarare la dose: “Non cerco la conta, non è nel mio stile, ma serve chiarezza. L’unità è d’oro, ma la chiarezza di diamante”. Il nervosismo era palpabile, come dimostra il lapsus di Franceschini all’inizio del suo intervento: “Oggi alcuni nodi verranno al pettine”. Ma c’è anche chi è meno coinvolto: ad Arturo Parisi sfugge uno sbadiglio e confida al vicino l’insoddisfazione per la relazione di Bersani che è solo una “lenzuolata” di titoli.

Massimo D’Alema è freddo, saluta Rita Lorenzetti e sussurra: “Vado a lavorare”, mentre esce per recarsi alla Fondazione. I diretti interessati invece danno fuoco alle polveri. Gentiloni attacca la relazione di Bersani, dalla Fiat alle alleanze, e annuncia chiaro il no dei Modem. Ed ecco il casus belli: Gianclaudio Bressa, vicinissimo a Franceschini, parlando con i giornalisti fuori dalla Direzione dice che i Modem non possono continuare ad avere incarichi “in un partito di cui non condividono la linea”. Fioroni legge l’agenzia e balza al microfono: attacca ancora più duro di Gentiloni per poi concludere con il coup de theatre: se nel Pd non c’è spazio per i dissidenti lui e Gentiloni rimettono il mandato di responsabili del Welfare e delle Comunicazioni. Bersani dovrà scegliere tra loro e Franceschini.

A dire il vero i veltroniani si spaventano un po’: ed ecco Walter Verini che sdrammatizza il no e Marco Minniti che chiede a tutti “un passo per mantenere l’unità”. Ma i franceschiniani, a partire di Antonello Giacomelli, tengono alta la tensione. Alla fine Bersani, nella replica, viene incontro ai Modem, enfatizzando il lavoro che il Pd dovrà fare per valorizzare la propria identità riformista. Poi si rivolge a Gentiloni e Fioroni: “Erano in minoranza anche prima e io che sono il Segretario non ho mai chiesto le dimissioni: vedano loro”. Rapida consultazione tra i Modem e immediata decisione: non parteciperanno al voto evitando la spaccatura. “Se la relazione avesse avuto il tono della replica finale – osserva Lucio D’Ubaldo – il dibattito sarebbe stato diverso”. Bersani incassa 127 sì, l’astensione di Arturo Parisi e Sandra Zampa, e il no di due esponenti calabresi. Fioroni esce al settimo cielo, i franceschinani delusi si riuniscono in capannello in piazza san Silvestro. Domani è un altro giorno e il 22 gennaio c’è il Lingotto dei Modem.