L'ingresso del Pio Albergo Trivulzio di Milano

La ex Casa Albergo si intravede sopra al traffico della circonvallazione. Tra via Bezzi e via Fornari. Qui al civico 19 c’è l’entrata principale. Oltre la cancellata, l’asfalto è nuovo nuovo, i giardini sono curati, gli alberi secolari. Dopodiché la vetrata d’ingresso fa da prologo ai sei piani della struttura appena rimessa a posto e inaugurata il 23 ottobre scorso dal sindaco di Milano Letizia Moratti. Eppure accanto alla storia ufficiale della ex Casa albergo ne scorre un’altra nascosta e parallela. Una storia zeppa di dubbi e ombre che riporta in primo piano le vicende del Pio Albergo Trivulzio, la Baggina dei milanesi, luogo simbolo di Tangentopoli. Sì perché oltre alla svendita di parte del patrimonio immobiliare, adesso si aggiungono dubbi e incongruenze sull’appalto per la ristrutturazione della ex Casa Albergo. Un appalto da oltre 8 milioni di euro, uno dei più ricchi messi in piedi dal Pat. E sul quale compaiono firme che non dovevano esserci. Date sbagliate. Assenze ingiustificate e una singolare fretta nell’approvazione delle due determine. A sollevare la questione è un’interrogazione inviata il 21 dicembre dal consigliere comunale Basilio Rizzo che chiede alla giunta del sindaco Moratti se non sia il caso “di ripercorrere l’itinerario che ha portato ad attribuire alla società Mucciola Piero Spa l’incarico per i lavori”.

Torna dunque d’attualità il problema degli appalti pubblici nella Milano che corre verso Expo 2015. Obiettivo principe, ma anche sensibile per il rischio di infiltrazioni mafiose. Da oltre un anno, infatti, gli investigatori della Direzione investigativa antimafia battono palmo a palmo città e hinterland facendo le pulci alle centinaia di cantieri. E tra le varie visite capita che tra luglio e ottobre scorso gli uomini del colonnello Stefano Polo bussino agli uffici del Pio Albergo. In calendario hanno proprio l’appalto della ex Casa albergo. “Controlli di routine”, fanno sapere dalla sede di via Mauro Macchi. Nel frattempo i camion della terra entrano e escono da via Fornari 19. Sono ditte di padroncini per lo più di origine calabresi. Il particolare, però, non basta. La Dia non trova oggettive collegamenti con la ‘ndrangheta. E dunque il cantiere prosegue.

Torniamo allora all’interrogazione e all’origine di uno degli appalti più golosi che Milano abbia messo su piazza negli ultimi anni. Nel dicembre 2007 si dà avvio all’iter procedurale. In quel momento sulla poltrona di presidente del Pio Albergo Trivulzio siede Emilio Trabucchi. Nominato nel 2004, Trabucchi divide la sua carriera tra la direzione della Baggina e il lavoro di chirurgo all’ospedale Sacco. Nel frattempo, il bando entra nel vivo all’inizio del 2008. A gennaio il dirigente del dipartimento tecnico dell’azienda Giovanni Iamele mette nero su bianco il progetto di ristrutturazione. Quindi inizia la gara. Ai nastri di partenza ci sono diverse aziende. Alcune del nord altro no. E a vincere è proprio un’azienda con sede legale a Roma, ma uffici a Reggio Calabria. In uno dei verbali della commissione giudicatrice le date non tornano. Nello stesso documento ce ne sono due differenti. La ditta in questione è la Mucciola Piero spa, una holding nel campo dell’installazione di impianti elettrici con un valore della produzione di oltre 14 milioni di euro l’anno. Gli uffici dell’azienda si trovano in viale Calabria a Reggio. Zona nota agli investigatori per essere il regno incontrastato della potente cosca Labate. Che proprio al nord gestisce diversi affari. Uno di questi riconduce proprio al Pat. Gli investigatori sono convinti, infatti, che la ‘ndrangheta abbia tentato di infiltrarsi negli appalti. E in quel 2008, sul piatto, oltre alla ristrutturazione della ex Casa albergo, c’è anche quella di altre due palazzine per un valore di 20 milioni di euro. Chi indaga sta sul vago. La Mucciola resta, dunque, fuori. Più chiarezza invece si ha sul referente al nord che viene identificato in Paolo Martino. Vicino all’estrema destra, già fiancheggiatore della latitanza di Franco Freda, il terrorista nero processato per la strage di piazza Fontana, Martino avrebbe intavolato trattative con politici milanesi per favorire imprese vicine alla ‘ndrangheta. Gli investigatori lo ritengono un boss capace di giocare anche come fine lobbista. In archivio, infatti, Paolo Martino può mettere conoscenze di peso. Come quella con il manager dei vip Lele Mora. O con Carlo Antonio Chiriaco, il ras della sanità pubblica pavese e grande elettore del deputato azzurro Giancarlo Abelli. I rapporti tra i due “sono stati confermati dalle intercettazioni”. Così recita una nota dei carabinieri. Il documento porta la data del 2 dicembre 2008. Di più: “Il personaggio di Paolo Martino – scrivono i militari – è estremamente interessante soprattutot con riferimento al suo rapporto con Chiriaco”. Lo stesso Chiriaco che in auto spiega alla moglie la costituzione di una nuova società in cui lui però non può comparire. Dice: “Noi adesso abbiamo il Niguarda, la psichiatria e la casa di riposo del Trivulzio”.

L’appalto Mucciola, nel frattempo, procede. E così si arriva alla stesura della determina che dà il via libera ai lavori. Si tratta di un documento quasi definitivo che solo formalmente dovrà essere ratificato da una determina conclusiva. E’ in questo momento, siamo all’11 giugno 2008, che le cose iniziano a incrinarsi. L’intera procedura, infatti, è in mano all’allora direttore generale Guido Fontana. Ecco cosa annota Basilio Rizzo nella sua interrogazione: “Risulta che quell’importante appalto sia stato assegnato con un atto firmato non dal Direttore generale, ma da un altro dirigente”. Le cose vanno proprio in questo modo. Guido Fontana chiede di essere sostituito nei giorni dal 9 al 13 giugno. L’undici la determina ottiene il via libera. A firmare è l’attuale direttore generale del Pat Fabio Nitti che oltre a fare il dirigente è anche consigliere provinciale eletto nel 2009 tra le file del Popolo della libertà. Al momento della firma, Nitti però è direttore sociale. Diventerà direttore generale proprio in seguito alle dimissioni di Fontana. Si chiede allora Basilio Rizzo: “Fontana non avendo voluto apporre quella firma si era sottratto ad un volere forte esponendosi a delle ripercussioni?”. Non sarà il solo. A gennaio 2009, infatti, anche Giovanni Iamele lascerà gli uffici del Pio Albergo.

Si arriva, quindi, alla determina definitiva. Il documento porta la data del 26 giugno 2008. Ad oggi, però, l’intera determina, sollecitata dal consigliere Rizzo, è stata trasmessa solo in parte. In sostanza manca l’ultima pagina. Proprio quella in cui c’è la firma del dirigente. Dunque non si sa chi ha dato l’ok definitivo. Nitti o Fontana? Non solo. Perché Nitti ha firmato la prima determina? Perché tanta fretta? In fondo bastava attendere il rientro di Fontana previsto per il 14 giugno. Insomma, se nessun reato è stato commesso (e così è fino ad oggi), quantomeno si può avanzare l’ipotesi di una gestione poco professionale di uno degli appalti pubblici più importanti mai fatti al Pio Albergo Trivulzio.

Mafia e appalti, diciotto anni dopo Tangentopoli