Lunedì al servizio trasfusionale del Gaetano Pini ci sarà una lunga coda di donatori. Tutti dannatamente sani. Mediamente giovani. Per lo più non fumatori. E soprattutto fieramente omosessuali. Ci saranno anche martedì e il giorno dopo. E il giorno dopo ancora. Fino a quando non si vedranno riconoscere il diritto di donare il loro sangue. E’ questa la particolare forma di protesta scelta da Arci Gay e Network Persone Sieropositive per denunciare e contrastare la politica adottata dall’ospedale milanese di escludere dalla donazione i “soggetti maschi che abbiano rapporti omosessuali, indipendentemente dal numero di partner”, scrive in una nota il Policlinico dopo aver vietato a un gay il prelievo.
Lui, Gabriele, da otto anni donatore, ha denunciato su Facebook e sul suo blog quanto accaduto. Sulla vicenda Paola Concia, deputata del Pd, presenterà un’interrogazione al ministro della Salute. E così, mentre l’Argentina approva le nozze tra gay, riconoscendo alle coppie omo anche la possibilità di adottare bambini, l’Italia sembra diventare sempre più un paese per etero. Non più tardi di dieci giorni fa si è scoperto il proliferare di annunci per case in affitto espressamente riservate a non gay, poi le continue e sempre più frequenti aggressioni ai danni delle comunità omo confermano, se ce n’era bisogno, quanto emerso dall’indagine svolta da Eurobarometro: l’Italia è in linea con gli altri paesi Ue per il razzismo basato sull’etnia ma primo per le discriminazioni a sfondo sessuale. All’elenco si aggiunga il divieto di donare sangue. Quello che è accaduto a Gabriele è “una discriminazione assurda, medievale”, secondo Marco Mori, presidente dell’Arci Gay milanese. Al quale fa eco Sergio Casartelli, che guida l’Avis lombardo da anni. E spiega: “Culturalmente è una discriminazione, oggi i più a rischio sono i giovani e gli uomini adulti etero. Noi ogni anno raccogliamo 20mila donazioni, negli ultimi dieci anni non abbiamo avuto alcuna evidenza. E non escludiamo nessuno a priori”.
Il Policlinico si difende, ribattendo che “l’orientamento sessuale non è a priori un motivo di esclusione dalla donazione di sangue, tant’è che secondo gli standard internazionali le donne omosessuali possono donare il sangue”. E aggiunge: “I dati epidemiologici mostrano invece che il rapporto omosessuale maschile è un comportamento a rischio. Pertanto la nostra struttura, rispettando le indicazioni di legge, esclude dalla donazione i maschi omosessuali che dichiarano di essere sessualmente attivi”. E cerca di smussare la polemica, sostenendo che “i gay che vengono respinti come donatori sono meno di tanti altri che vengono esclusi per motivi diversi: sono state respinte persone che hanno avuto più di tre partner nell’ultimo anno, persone che hanno avuto rapporti con una prostituta e altre per aver avuto un rapporto occasionale, senza contare i potenziali donatori esclusi per aver frequentato, nei tre mesi precedenti, paesi del mondo in cui c’è alto rischio di contrarre la malaria”.
A Rosaria Iardino, presidente del Network Persone Sieropositive, sorge il dubbio “che esista il pericolo concreto che le sacche non vengano controllate. Perché altrimenti fare una selezione in entrata, considerato che comunque il sangue raccolto va poi tenuto fermo per un periodo minimo di 4-6 settimane?”, si chiede. Iardino si dice “convinta” di essere “davanti a un’ignoranza scientifica, una presa di posizione ideologica”. Per questo, spiega, “abbiamo deciso, io e Marco Mori, di invitare gli omosessuali sani a donare il sangue da lunedì dichiarando il numero di rapporti avuti”. Oltre alla protesta, però, le associazioni cercano il dialogo con la struttura ospedaliera. “Abbiamo chiesto un incontro, cercheremo di spiegare le nostre posizioni perché crediamo che la priorità sia la salute pubblica non l’ideologia. Io – aggiunge Iardino – non credo che l’atteggiamento adottato dal Pini possa essere improntato alla politica regionale, penso sia solo un atteggiamento individuale”. In attesa del dialogo, aggiunge Mori, “da lunedì andremo a cercare di donare il sangue e difronte al diniego pretenderemo una motivazione così da valutare poi con dei legali la possibilità di denunciare l’ospedale costringendolo così a dimostrare che i nostri rapporti sono a rischio. E non lo sono. Allora sarà chiaro che la decisione del Pini è dettata solo da una discriminazione per l’orientamento sessuale. Puoi dirmi che non va bene il mio sangue, non che non vado bene io per quel che sono e per quel che faccio”.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 luglio 2010