I fantasmi di Barbarella e la lista nera a Hollywood - 2/5
Il percorso nell’attivismo di Fonda è nato proprio dal rifiuto di un’immagine in cui si sentiva intrappolata. In una lunga intervista a Vanity Fair, l’attrice ha ripercorso il trauma legato a Barbarella (1968), pellicola diretta dall’allora marito Roger Vadim: “Ho odiato girarlo. Il regista era mio marito, non mi piace stare nuda. Vadim mi voleva nuda che fluttuavo nello spazio. Non mi passava nemmeno per la testa che potessi dire di no, ed ero terrorizzata”.
Fonda ha svelato dettagli surreali di quel set: “Capovolsero il set verso il soffitto, ci misero sopra una lastra di vetro, la macchina da presa appesa in alto, e io ero ubriaca fradicia. Il giorno dopo ci accorgemmo che c’era un pipistrello che volava tra me e l’obiettivo. Dovemmo rifare tutto, e io lo rigirai con i postumi della sbornia. Ogni volta che rivedo Barbarella devo coprirmi gli occhi”. Da quel disagio nacque la svolta civile: “La mia vita era così vuota e futile, prima! Non avevo nulla. Ho iniziato a 33 anni, e grazie all’attivismo ho conosciuto persone completamente diverse”.
Una vocazione che, ancora oggi, si scontra con i boicottaggi dell’industria. Fonda ha confermato che a Hollywood esiste ancora una “lista nera”, una tattica usata per silenziare il dissenso, citando le recenti accuse di antisemitismo rivolte a Mark Ruffalo: “Oh, assolutamente sì. È una tattica. Larry Ellison lo accusa di antisemitismo anche se lui non ha detto niente che non rientri nei suoi diritti costituzionali di parola. Dovrebbe vergognarsi“. D’altronde, ha spiegato, la repressione parte sempre dalla cultura: “Come tutti gli autoritari, la prima cosa che attacca è l’industria dell’intrattenimento, perché noi siamo i narratori. Possiamo raccontare storie che mostrano che esiste un’altra strada”.