Cinema

Heart of the Beast, Brad Pitt fatti da parte: il vero protagonista del survival movie è il pastore tedesco Odino

David Ayer porta Brad Pitt e il pastore tedesco Odino in un film tra orsi, lupi e paesaggi estremi. Ma è il rapporto tra l’ex berretto verde e il suo compagno di guerra a conquistare la scena

di Davide Turrini
Heart of the Beast, Brad Pitt fatti da parte: il vero protagonista del survival movie è il pastore tedesco Odino

Un cane e il suo uomo. Prima o poi capiterà che a vincere un Oscar o un grosso premio per la recitazione sia un animale. In Heart of the Beast, il nuovo film di David Ayer (Fury, Suicide Squad), è certamente Odino (interpretato dal pastore tedesco Uber e dai suoi tre figli Ryker, Hondo e Seeka) a rubare parecchi primi piani, e in definitiva il ruolo da protagonista, a Brad Pitt.

La star 62enne è James, un ex berretto verde in congedo, rasato quasi a zero, ancora tonico ma acciaccato e fragile, che girella con il suo idrovolante tra fiumi e laghi dell’Alaska in compagnia del fido Odino, un pastore tedesco che è stato suo compagno di guerra. Odino ha cicatrici sul muso, un canino e diversi incisivi al titanio, oltre a una protesi a una zampa anteriore. In più, mentre è in tenda a passare le notti con James in riva al lago, sussulta mentre ha gli incubi da stress post-traumatico. Già messa così, e con un prologo canino fin troppo disvelatore, si capisce che il candido e vigile cagnolone, con quella sua vicinanza corporea, le sue improvvise slinguazzate e quello sguardo maturo azionato con naturale nonchalance, avrà più attenzione, e forse anche più ciak, di Brad. In una storia in cui appaiono due attori, due (J.K. Simmons e Anna Lambe) per pochissimi istanti oltre ai protagonisti e dove la chimica tra i due ex militari, umano e animale, rimescola il reciproco sentimento d’amore a quello della fiducia e alla compenetrazione simmetrica dell’azione per una strenua sopravvivenza in coppia.

È la dura legge del survival movie: se ti è accaduta una cosa terribile, te ne accadrà successivamente una sempre peggiore. E allora, se allo schianto fortuito e all’inabissamento dell’idrovolante segue l’arrivo di un orso minaccioso, ecco due traballanti tronchi a fare da ponte su un profondo precipizio e un branco di feroci e famelici lupi che paiono mostri. L’asticella delle difficoltà si alza sistematicamente sempre di più e Heart of the Beast si segue con la classica mano a coprire mezzo sguardo per paura che uno dei due protagonisti ci lasci le penne e il pelo.

I duri e selvaggi echi londoniani fanno spesso capolino, anche se Ayer – basandosi sullo script di Cameron Alexander – sembra più interessato a come il corpo di Pitt, nonché quello di Odino, diventi quello di San Sebastiano trafitto dalle frecce. Del resto non siamo di fronte all’invincibilità di un supereroe o al soldato indistruttibile alla Rambo. James si ferisce sì, rotolando tra rocce e tronchi come l’altro berretto verde sotto la regia di Ted Kotcheff, ma per risistemare le ossa spezzate dell’avambraccio uscite dalla pelle ha bisogno dell’aiuto fondamentale e concreto di Odino.

L’ex marine e il cane bevono dalla stessa borraccia, si scrollano contemporaneamente come in uno specchio, avanzano sorreggendosi l’uno con l’altro come fossero, più che in una posa da cameratismo, due sposi vicini alle nozze d’oro. La forza di Heart of the Beast risiede tutta in questa riuscita sincera osmosi tra cane e uomo. Tutt’attorno vanno in automatico fondali naturali da urlo e tanti effetti speciali notturni. Si sarà poi capito che a un certo momento la commozione è inevitabile. Girato in Nuova Zelanda. Co-prodotto da Damien Chazelle e distribuito dalla famigerata Paramount.

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