Dopo Gino Cervi, Jean Gabin e Bruno Cremer, ma anche dopo Jean Richard o Gerard Depardieu, tutti Maigret che paffuti è dir poco, il nuovo Maigret è il magrolino Denis Podalydès. Potete seguirlo in tutta la sua sottile silhouette, ma anche nella sua elegante e solida performance attoriale, in Maigret, l’amore e la morte, in queste ore in sala grazie a Lucky Red. Per chi ama quello che a tutti gli effetti, e con buona pace di Marvel e DC Comics, è un vero e proprio franchise, si troverà di fronte alla novità di un Maigret fisicamente non proprio corpulento e robusto, ma anche a un adattamento cinematografico “contemporaneo” del sempiterno commissario del 36, Quai des Orfèvres, inventato da Georges Simenon.
Per dire, Lapointe, uno degli storici attendenti del “capo”, è di origine africana; oppure, tra i classici panini (con birre alla spina) che Maigret ordina alla brasserie, c’è quello vegetariano. È evidente che il lavoro di scrittura e regia dell’ottantenne Pascal Bonitzer – critico dei Cahiers nella notte dei tempi, sceneggiatore prolifico con oltre 40 script e regista di una dozzina di film – sia quello di rinfrescare la stanza dei ricordi modificando alcuni dettagli, ma rimanendo sulla via drammaturgica della classicità: pochi e fulminanti tratti psicologici, inchiesta serrata, interrogatori a tambur battente, un paio di pennellate socio-antropologiche e ritmo altissimo alla Simenon. Di fondo, Maigret, in tutte le sue indagini e speculari gialli, è già tutto lì sulla carta stampata e venduta in libreria da sessant’anni. Va solo trasposto maneggiandolo con cura, devozione, rispetto e, appunto, uno schizzo di angostura dal presente.
Bonitzer opta subito, nella prima inquadratura, per un segno riconoscibile del commissario parigino, il particolare di una pipa che viene svuotata nel posacenere. Tempo di un sospiro e c’è la convocazione dei piani superiori: un vecchio diplomatico in pensione è stato ritrovato cadavere dalla sua devota governante (Anne Alvaro, 74 anni di sublime recitazione) nel suo signorile e augusto appartamento dell’aristocratico VII arrondissement. Scava scava e Maigret scopre che il morto aveva un’amante clandestina: una nobildonna parigina sposata e ultracattolica con la quale coltivava una relazione a distanza, ma che soprattutto era diventata vedova proprio tre giorni prima del decesso del diplomatico e quindi libera per un matrimonio anelato nei decenni. Chi avrà ucciso il vegliardo con un colpo alla nuca e altri quattro al petto nel suo studio? Il figliastro antiquario? La devota governante? La vedovella severa e impettita? Il ricco figlio della vedova, forse figlio del diplomatico, che la sera va con le prostitute? Inutile, lo stile detection che Simenon regalò nel borbottio riflessivo di Maigret è qualcosa di inarrivabile. La ragnatela dei sospetti è sempre tesa. La colpa ricade continuamente ovunque.
E anche qui Bonitzer lascia che la trama originale giri come da manuale. Qua giusto una punta di sciovinismo tipicamente francese (“il mandato per interrogarla ce l’hanno in America, non qui”), là altri segni inequivocabili della tradizione di Maigret (il transistor in cucina, l’assenza di cellulare), poi la chiosa perentoria con doppio finale. Certo, Podalydès dona una certa durezza schiva al suo Maigret, quasi una ruvida spietatezza. Ma il film di Bonitzer rotola che è una meraviglia. Certo, è per i vecchi nostalgici come noi. La “signora Maigret” è Irène Jacob. Produttore associato John Simenon, figlio di Georges. Tratto da Maigret e i vecchi signori (Adelphi).