Dell’omicidio di Tupac Shakur, ucciso in una sparatoria il 7 settembre 1996, pochi hanno voluto parlare. C’è solo una persona “che fa fatica a stare in silenzio”: Duane Keffe D. Davis. È quanto dichiarato lunedì 17 agosto da un pubblico ministero americano, all’inizio del processo contro l’uomo accusato di aver orchestrato l’assassinio del rapper di “Changes”. “Sia chiaro, lui non ha premuto il grilletto. Ma ha pianificato la sparatoria per vendicare il pestaggio di suo nipote – ha dichiarato il vice procuratore distrettuale capo Binu Palal -. Sorprendentemente, lo scoprirete proprio dalle parole dello stesso Duane Davis”. L’uomo, accusato di omicidio con arma da fuoco, con l’aggravante di aver agito per promuovere una gang criminale, si è dichiarato non colpevole. Se condannato, rischia l’ergastolo.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, tutto è partito da un’aggressione: poche ore prima dell’agguato, l’entourage di Shakur aveva picchiato il nipote di Davis, Orlando “Baby Lane” Anderson, fuori dal palazzetto di pugilato dell’MGM Grand. Il pubblico ministero ha mostrato ai giurati il video di quel pestaggio. Nelle due ore successive, ha sostenuto Palal, Davis avrebbe organizzato la vendetta. 2Pac è stato ucciso “in un atto di ritorsione“.
Quella notte il rapper si trovava a bordo di una BMW nera guidata da Marion “Suge” Knight, fondatore dell’etichetta Death Row Records, quando una Cadillac bianca affiancò l’auto aprendo il fuoco. Shakur morì sette giorni dopo, a 25 anni. Knight, invece, rimase ferito ma sopravvisse. Dietro l’agguato, secondo gli inquirenti, c’era la guerra tra bande rivali della scena hip hop dell’epoca: da una parte i Bloods legati alla East Coast, dall’altra i Crips della West Coast, di cui lo stesso Davis ha ammesso di aver guidato la sezione di Compton.