Sulla monumentale scalinata della Cité Internationale Universitaire de Paris, sotto un sole implacabile che supera i trentacinque gradi, la sfilata Haute Couture di Balenciaga si chiude con un’immagine destinata a rimanere impressa nella cronaca della moda contemporanea. Al momento del congedo finale, il direttore creativo Pierpaolo Piccioli non si presenta da solo davanti al pubblico. Dalla sommità dei gradini, l’uscita si trasforma in un’onda collettiva: dietro allo stilista sfila l’intero corpo dei laboratori della maison. Decine di modellisti, sarti e ricamatrici scendono la scalinata indossando la medesima divisa da lavoro: il camice bianco.
Per Piccioli questo gesto non è un semplice schema coreografico, ma una vera e propria cifra stilistica e identitaria. Il camice, reintrodotto con vigore dal designer, cessa di essere una semplice protezione tessile per diventare il simbolo tangibile del laboratorio. L’atelier, nella sua visione, è prima di tutto un laboratorio di idee dove l’abito si genera attraverso la cooperazione e lo scambio continuo. Questo tributo pubblico alle “mani sapienti” della moda ha radici profonde nel percorso del designer romano: era già accaduto durante la sua direzione da Valentino, con la memorabile discesa collettiva lungo la scalinata di Piazza di Spagna a Roma per la sfilata “The Beginning”, e successivamente sotto le volte del Castello di Chantilly. Un legame così viscerale che, al momento del suo addio alla storica maison romana, erano state proprio le sue sarte a salutarlo esponendo uno striscione monumentale dalle finestre di Palazzo Mignanelli.
Il rispetto si conquista in laboratorio
L’insediamento di Piccioli alla guida della couture di Balenciaga ha richiesto un azzeramento delle dinamiche gerarchiche tradizionali, partendo da un approccio metodologico rigoroso basato sul rispetto reciproco e sulla condivisione della quotidianità. Lo stilista ha voluto scardinare l’idea del direttore creativo distaccato, presentandosi fin dal primo giorno con la stessa uniforme dei suoi collaboratori. “Non si arriva in una casa di moda pensando che le persone ti seguano solo per la tua sicurezza o per la tua esperienza”, spiega Pierpaolo Piccioli. “È solo con il rispetto e mettendo il camice che le persone ti seguono e ti rispettano. C’è la sicurezza di essere rispettato per quello che sto dicendo, iniziare ogni volta da zero, dall’alfabeto e senza mappe, come un manifesto: non iniziare sapendo, ma mettendo l’apertura mentale davanti a tutto. Ho riportato il camice in atelier e me lo sono messo anche io: queste sono le regole della couture moderna, non modernista”.
Se durante gli anni romani il designer aveva appreso i segreti della sartoria dalle storiche premières che avevano affiancato per decenni Valentino Garavani, a Parigi la sfida ha trovato una linfa completamente diversa. L’atelier di Balenciaga ha messo a disposizione dello stilista una squadra composta da giovanissimi talenti. Piccioli ha saputo coinvolgere queste nuove leve, vedendole appassionarsi giorno dopo giorno al processo di genesi delle strutture sartoriali. “Avere un team di tutti giovani mi permette di seguire le idee dell’alta moda cercando soluzioni sempre nuove. La loro apertura mentale aiuta, all’inizio toglie ogni limite”, precisa il designer.
La sfida dei 24mila petali e l’orgoglio del team
La reattività del giovane team parigino ha trasformato la dinamica esecutiva: non più semplici esecutori di un disegno tecnico, ma artigiani propositivi, capaci di presentarsi al tavolo di lavoro con soluzioni strutturali inedite per alzare l’asticella della sartorialità. L’esempio più evidente di questo sforzo congiunto è impresso nell’abito da sera interamente rivestito da 24.000 petali di satin, ritagliati e ricamati a mano uno a uno, una lavorazione di complessità estrema che ha richiesto centinaia di ore di applicazione. Questo processo ha generato un’atmosfera di profonda emozione e gioia all’interno del team, orgoglioso di sentirsi parte attiva e visibile di un grande progetto creativo e dell’identità stessa della maison, un fatto storicamente inedito per l’universo tradizionalmente austero e riservato di Balenciaga.
L’economia della Couture: l’investimento sul pezzo eterno
Il successo e l’entusiasmo che circondano il lavoro dell’atelier spiegano anche la straordinaria salute economica di cui gode il comparto dell’alta moda in questa stagione. A dispetto delle fluttuazioni del mercato globale, la nicchia esclusivissima delle creazioni fatte su misura non conosce crisi, registrando al contrario un aumento costante della clientela internazionale. Negli atelier di Parigi si registra una saturazione delle commesse: in media, circa i tre quarti delle collezioni vengono opzionati o venduti subito dopo la fine dei défilé, mettendo a dura prova la capacità produttiva delle sartorie. Questo fenomeno risponde a due dinamiche precise. Da un lato vi è l’espansione della platea dei supermilionari globali alla ricerca del pezzo unico; dall’altro, si assiste a una scelta strategica da parte dei collezionisti e degli appassionati. Di fronte a un prêt-à-porter industriale dai costi elevatissimi, dove una gonna o una camicia prodotte in serie possono toccare i cinquemila o seimila euro per poi esaurire la propria rilevanza in una sola stagione, l’acquirente preferisce indirizzare il proprio budget verso un abito d’alta moda. Si tratta di un investimento strutturale ed emotivo su un capo personalizzato, destinato a essere utilizzato nel tempo e tramandato. La couture funziona sul mercato proprio perché valorizza l’autenticità del lavoro umano rispetto alle logiche industriali della serialità. “Questa collezione è il risultato di un sentimento. Abbiamo lavorato imparando a conoscerci, costruendo un linguaggio fatto di parole nuove e di parole senza tempo. Questa collezione è il frutto del lavoro delle persone dell’atelier, perché la couture è fatta dalle persone che la vivono. Questo è il nostro lavoro. Questa è Balenciaga Couture, adesso”, conclude Pierpaolo Piccioli.