Da Parigi a Roma per chiudere questa settimana di sfilate con l’ultimo debutto di stagione, quello di Maria Grazia Chiuri nella Couture di Fendi. Dopo nove anni alla guida di Dior, per la stilista romana è un ritorno a casa: è qui, con le “signore” Fendi che ha iniziato la sua carriera nella moda assieme a Pierpaolo Piccioli, entrambi freschi di diploma all’Accademia di Costume e Moda. Di anni ne sono passati e per lei è un po’ come chiudere un cerchio. Non a caso ha deciso di ambientare la sfilata alla Galleria Nazionale riammettendo la mostra ideata da Karl Lagerfeld nell’85: all’epoca nessuno aveva mai osato prima fare una mostra di moda, tanto più in un museo. L’ambiente solenne della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, popolato da capolavori che attraversano l’ultimo secolo di sperimentazione formale e materica, ha offerto uno sfondo visivamente sontuoso e nutriente per lo sguardo, accogliendo una collezione che per contrasto ha scelto il rigore di una palette focalizzata sul nero, sul bianco e sulle sfumature della pergamena e dei marmi romani. Tante le star in prima fila: dalle attrici americane Sarah Jessica Parker e Jessica Alba a Monica Bellucci, Valeria Bruni Tedeschi e l’attore Luca Marinelli, e ancora, i registi Valeria Golino, Alice Rohrwacher e Pietro Castellitto.
Lo scandalo dell’85 e i codici di Karl Lagerfeld
La decisione di riportare in vita la storica esposizione del 1985 si è trasformata nel motore concettuale dell’intero défilé. Quell’operazione d’avanguardia con cui Lagerfeld scosse l’ambiente accademico e museale romano, abbattendo la barriera tra istituzione culturale e manifattura artigianale, rivive oggi come fonte d’ispirazione diretta. Gli ospiti si sono mossi tra bozzetti e disegni di Karl, campionature e frammenti visivi dell’archivio storico, elementi che Chiuri ha tradotto in passerella recuperando i codici estetici più geometrici e colti del designer tedesco. La sfilata si è aperta infatti con righe e motivi optical esplicitamente ispirati alla Secessione viennese e agli abiti fluidi che Emilie Flöge disegnava nella Vienna di inizio Novecento, un immaginario storicamente carissimo a Lagerfeld. Questa rigorosa pulizia grafica si è poi evoluta progressivamente verso suggestioni legate alla lingerie d’alta scuola, alla sartoria lineare e alle strutture avvolgenti dei kimono, costruendo un racconto visivo serrato tra l’estetica del passato e la sensibilità del presente. Le intricate geometrie a labirinto che contraddistinguono le creazioni dello stilista tedesco, storicamente impiegate sui pannelli di tela come traccia tecnica e linea guida per l’assemblaggio delle pellicce, vengono qui sublimate e riproposte come un inedito motivo ornamentale che ridisegna la superficie di cappottini strutturati e abiti scivolosi.
Dalle tele di sartoria dell’atelier alla passerella
Il legame più intimo e dettagliato con la storia di Fendi si è materializzato nel confronto diretto tra le tele di sartoria delle pellicce storiche esposte e i capi in movimento. Chiuri si è aggrappata alla concretezza del lavoro d’atelier, mettendo a nudo i prototipi in tela grezza — quelle strutture purificate che i modellisti utilizzano per verificare i volumi e la precisione millimetrica dei tagli prima di intervenire sui materiali definitivi. Questa estetica della sottrazione ha guidato la mano della stilista nella creazione di abiti lineari, dove la preziosità cessa di essere esibita attraverso decorazioni ridondanti o applicazioni vistose, preferendo nascondersi nelle cuciture interne e nella purezza delle proporzioni.
In questo contesto, il concetto di “craft” e di artigianalità legata al fatto a mano trova la sua massima espressione nell’unione sinergica degli atelier della maison, chiamati da Chiuri a dialogare abbattendo gli storici steccati tra i diversi laboratori. Questa inedita commistione di tecniche e di materiali genera un ecosistema in cui il tessuto contamina la pelle e l’intarsio sposa la tessitura fine. Non si tratta di una semplice celebrazione nostalgica del passato, ma di un processo vivo in cui il saper fare manuale si evolve, dimostrando che l’eccellenza della couture risiede proprio nella capacità di ibridare tradizioni differenti per dare forma a una materia totalmente nuova.
“Tornare a Roma significa riallacciarsi a una storia precisa, fatta di artigianalità e di materia prima”, ha spiegato Maria Grazia Chiuri incontrando la stampa italiane e internazionale accorsa da Parigi a poche ore dall’evento. “Ho voluto guardare dietro le quinte del mito, partendo proprio da quelle tele grezze che racchiudono il segreto della forma prima dell’ornamento. La couture deve celebrare la perfezione della costruzione”.
La lezione di Adele Fendi e il nodo etico della pelliccia rigenerata
L’intera sfilata si è mossa sotto la stella del pragmatismo che da sempre contraddistingue l’opera di Maria Grazia Chiuri, un tratto metodologico che la collega direttamente alla figura storica di Adele Fendi, matriarca e fondatrice della maison. La capostipite della dinastia era una donna profondamente concreta, capace di ancorare l’estro creativo alle necessità reali della vita quotidiana e della portabilità. Sotto questa specifica lezione, la direttrice creativa ha affrontato il punto più dibattuto, critico e contestato del marchio: la pelliccia. Sebbene questo materiale sia tornato a imporsi come un trend potente sulle passerelle invernali internazionali, esso rimane una materia controversa, costantemente oggetto di riflessioni etiche e duramente attaccata dalle associazioni e dai movimenti animalisti.
Fendi non può rinnegare la pellicceria, che rappresenta il fulcro della propria epopea manifatturiera e che Karl Lagerfeld rivoluzionò a partire dal 1965, trasformandola da pesante status symbol borghese in un tessuto leggero, intarsiato, coniando il concetto di “Fun Fur” e inventando il logo della doppia F. La risposta di Chiuri alle sensibilità etiche contemporanee si è dimostrata di assoluto realismo: in collezione non è stata introdotta alcuna nuova produzione di pelli. La stilista ha imposto il recupero esclusivo di pellicce vintage e giacenze già esistenti nei magazzini e negli archivi storici della maison. I laboratori hanno smontato, alleggerito, tosato e riassemblato questi materiali preesistenti attraverso un minuzioso lavoro di upcycling d’autore, dimostrando come l’alto artigianato possa farsi carico della propria memoria storica attraverso i principi dell’economia circolare, azzerando l’impatto ambientale senza disperdere il saper fare dei propri artigiani.
Una couture concreta per le donne e la svolta del menswear
Con il realismo che definisce la sua intera cifra stilistica, Maria Grazia Chiuri ha scelto di presentare un’alta moda concreta, priva di fronzoli o del sensazionalismo effimero studiato per i soli tappeti rossi dei red carpet. La collezione è interamente incentrata sull’attualizzazione della storia del marchio e su una moda portabile, reale e di conseguenza vendibile, rispondendo a una stabilità e a una precisione commerciale di cui Fendi ha in questo momento più bisogno che mai per consolidare il proprio posizionamento sul mercato globale. La posizione della stilista rimane quella di una donna pratica che disegna pensando alle esigenze delle donne vere, proponendo abiti pensati per valorizzare il corpo attraverso linee fluide che scivolano sulla pelle invece di costringerla in silhouette artificiali. “La sfilata di oggi vuole essere un’esplorazione della seduzione, attraverso abiti che scivolano sul corpo invece di costringerlo”, ha sottolineato la direttrice creativa nel presentare la collezione. “Preferisco una tecnica impeccabile ai voli di fantasia, la portabilità alla sperimentazione esasperata. L’alta moda non deve essere un costume teatrale staccato dalla realtà, ma un guardaroba capace di valorizzare la persona nella sua quotidianità, senza sovrastrutture inutili”.
In passerella questa visione si traduce in abiti a colonna dalla fluidità liquida che assecondano il movimento naturale del corpo, alternati a giacche strutturate ma prive di rigidità, dove la costruzione della spalla è ridotta al minimo. Sotto i cappotti e le giacche dal taglio impeccabile spuntano sottovesti scivolose in seta pergamena, che evocano la sensualità sussurrata della lingerie d’altri tempi, spesso sovrapposte a pantaloni sartoriali che allungano la silhouette. I kimono perdono ogni asprezza geometrica per farsi leggeri e destrutturati, mentre i motivi optical si trasformano in intarsi grafici bianchi e neri e lavorazioni jacquard così sottili da sembrare quasi stampate sul tessuto, muovendosi a ogni passo con un ritmo ipnotico.
Questo manifesto di rigore geometrico ha fatto da sfondo a un passaggio storico per la casa di moda romana: l’introduzione, per la prima volta in assoluto, del menswear all’interno della linea d’alta moda di Fendi. La silhouette maschile ha seguito i medesimi criteri costruttivi studiati per le uscite femminili, imponendo una linea morbida, verticale, slanciata e priva di qualsiasi rigidità sartoriale. Tra i pezzi più significativi della sfilata è emersa una cappa monumentale, in due versioni: color pergamena e nera. È il sigillo su un guardaroba d’eccellenza che rinuncia al rumore mediatico per ritrovare la propria autorità nella precisione del taglio. “La couture moderna deve saper rinunciare ai fronzoli per ritrovare la sua essenza”, ha concluso la designer. “Questo è il mio manifesto per Fendi: una moda che non fa rumore, ma che parla attraverso la precisione del taglio e il potere dei materiali”.