Moda e Stile

“Il divieto di distruggere i vestiti invenduti? Già siamo sommersi di merci inutili e di scarsa qualità, la situazione peggiorerà esponenzialmente. Per il lusso sarà un problema, serve produrre meno”

Dal 19 luglio vietato distruggere abiti invenduti in Europa: a delineare il quadro è Dario Casalini, presidente di Slow Fiber, associazione che promuove una filiera tessile "buona, sana, pulita, giusta e durevole"

di Ilaria Mauri
“Il divieto di distruggere i vestiti invenduti? Già siamo sommersi di merci inutili e di scarsa qualità, la situazione peggiorerà esponenzialmente. Per il lusso sarà un problema, serve produrre meno”

Dal 19 luglio l’Europa ha varato una norma storica: le grandi aziende non potranno più distruggere abiti, accessori e calzature invenduti. Un provvedimento che impatta su un nervo scoperto del sistema moda, dove l’invenduto non è quasi mai un incidente di percorso, bensì una componente strutturale di un modello economico basato sull’iperproduzione. Ma si tratta di una svolta reale o del rischio di intervenire solo a valle di un problema già fuori controllo? A delineare il quadro è Dario Casalini, presidente di Slow Fiber, associazione che promuove una filiera tessile “buona, sana, pulita, giusta e durevole”.

“È una norma molto utile a imporre ai modelli produttivi che realizzano i maggiori volumi di invenduto (fast e ultra fast fashion) una correzione di rotta che riduca lo spreco e la creazione di rifiuto”, esordisce Casalini, inquadrando l’obiettivo della legge: “Responsabilizzando le aziende alla massima valorizzazione delle proprie rimanenze (attraverso riciclo e riuso) e dissuadendone lo smaltimento come rifiuto”. Tuttavia, avverte il presidente di Slow Fiber, “il divieto da solo non sarà sufficiente e dovrà accompagnarsi ad un cambiamento culturale dei modelli di produzione e consumo”.

Il paradosso dei costi: magazzini, reputazione e smaltimento

Attualmente, le dinamiche per liberarsi della merce in eccesso seguono circuiti consolidati ma controversi. Come ricorda Casalini, le soluzioni più praticate oggi sono “il circuito degli outlet, gli stockisti che, se interessati, pagano la merce a peso o al massimo a pochi euro al pezzo, le donazioni (talvolta utilizzate per mascherare vere e proprie operazioni di ‘smaltimento’) o il riciclo in altri materiali utili”. Mantenere la merce in magazzino presenta infatti costi non indifferenti, legati alla logistica e alla tassazione. Eppure, distruggere un bene significa azzerare le risorse impiegate per crearlo. La sfida è rendere lo smaltimento economicamente svantaggioso, ma le difficoltà cambiano a seconda della fascia di mercato. “Il volume impressionante di avanzi di prodotti di bassa o bassissima qualità sarà il vero problema”, nota l’esperto, poiché “quando in partenza non si ha valore da proteggere ma, al contrario, solo il rischio di insalubrità e pericolosità per le persone e per l’ambiente dalla perdurante circolazione delle merci, è difficile pensare a soluzioni economicamente valide e alternative alla distruzione: qui è davvero il modello produttivo alla radice che deve cambiare”.

Il paradosso dell’invenduto di lusso

Se il fast fashion distrugge per smaltire merce di scarsa qualità prodotta in eccesso, il comparto del lusso vive il paradosso dell’invenduto sotto una luce completamente diversa: la tutela esclusiva della propria immagine. Le grandi griffe, storicamente ossessionate dal rischio di contraffazione e dalla perdita di controllo sulle proprie reti commerciali, sono state spesso indotte a distruggere capi e accessori logati proprio per impedire che finissero in mercati grigi o canali secondari, svalutando così il percepito del brand.

Per i colossi dell’alta moda, sottolinea Dario Casalini, “il problema è innanzitutto reputazionale”, dettato dall’esigenza di “evitare di ridurre il valore percepito dei propri prodotti”. Eppure, questa strategia di difesa del marchio si scontra frontalmente con la sostenibilità: “La sua cattiva gestione (distruzione) crea un problema ambientale, fosse anche solo per le risorse naturali e l’energia utilizzate nel ciclo produttivo che vengono completamente sprecate”.

La nuova normativa europea imporrà a questo settore la ricerca di un equilibrio inedito. “È evidentemente necessario un compromesso tra la protezione del marchio e quella dell’ambiente“, osserva il presidente di Slow Fiber, evidenziando come le alternative esistano già. Le soluzioni passano per il coinvolgimento del mondo no profit, collaborando con scuole, associazioni o sartorie sociali per “valorizzare, magari personalizzare, l’invenduto”. La vera sfida per l’alta gamma sarà rendere il riciclo e lo smaltimento delle soluzioni puramente residuali, favorendo l’upcycling e la trasformazione creativa dei capi in eccedenza. In definitiva, sottolinea Casalini, il divieto di distruzione per gruppi come Kering o Lvmh non sarà solo un vincolo normativo, ma un vero e proprio “sprone a rivedere le catene di fornitura e a ri-programmare la produzione al fine di ridurre drasticamente il rischio di invenduto anche per i grandi marchi del lusso”.

I rischi di elusione e il nodo degli outlet

Se la legge blocca il macero, il rischio è che il problema venga semplicemente spostato. Secondo Casalini, nell’immediato “continueranno ad essere praticate le soluzioni che già conosciamo: aumento del prodotto offerto negli outlet, ricorso a stockisti e donazioni ai Paesi del Sud globale”. Proprio gli outlet rappresentano un’incognita cruciale. Non sono più la valvola di sfogo per le giacenze, ma “vi sono linee produttive dedicate agli outlet che si distinguono dai canali ordinari ed entrambi creano invenduto”, evidenzia Casalini, mettendo in guardia da un effetto boomerang: “Se già oggi siamo sommersi di merci inutili e di scarsa qualità, tale situazione peggiorerà esponenzialmente — e proprio a partire dagli outlet”.

Esiste inoltre il timore che il divieto venga aggirato. La normativa europea prevede eccezioni per la distruzione in caso di ragioni sanitarie, di sicurezza, di impossibilità di donazione o di riparazione. “Soprattutto da parte di chi è abituato a fondare i propri modelli produttivi sullo sfruttamento di risorse e persone, non si possono escludere condotte fraudolente volte a danneggiare appositamente l’invenduto”, avverte il presidente di Slow Fiber. “Su tutte queste possibili elusioni del divieto di distruzione dell’invenduto dovranno vigilare governi e magistrature nazionali”.

Meno e meglio: la via d’uscita

Il nodo centrale resta la sovrapproduzione. “È certo che si debba andare verso un sistema che, a parità di valore prodotto, contempli meno quantità e più qualità, cioè molto meno e molto meglio, senza rinunciare a una crescita economica sana”, riassume Casalini, bocciando i sistemi attuali: “Modelli produttivi fondati sullo spreco e sul rifiuto che non sono in grado di comunicare il valore intrinseco di un bene al di là del suo prezzo e degli sconti continui non hanno ragione di esistere e devono essere radicalmente cambiati”.

Un principio che piccole e medie imprese, così come gli aderenti a Slow Fiber (esclusi nell’immediato dalla norma europea in base ai volumi produttivi), applicano già naturalmente. “Nessuna delle nostre aziende mai si sognerebbe di distruggere ciò che è stato prodotto con tanta cura e impiego di risorse”, afferma il presidente, elencando tra le opzioni valide il “produrre su ordine, smaltire senza urgenza le rimanenze nei canali ordinari, donare materiali preziosi alle scuole o alle associazioni”. L’urgenza di disfarsi dell’invenduto, conclude, “pertiene esclusivamente ai modelli iperproduttivi”.

Alla fine, la transizione imposta da Bruxelles avrà un costo, ma per Casalini l’onere deve avere un destinatario preciso: “C’è da augurarsi senza esitazione che il costo ricada soltanto ed esclusivamente su chi ha causato il problema e cioè le aziende che non sapranno cogliere con entusiasmo e creatività le opportunità di valorizzare le proprie rimanenze, senza danno per l’ambiente e a beneficio delle comunità territoriali in cui operano”.

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