In un mondo che corre veloce tra algoritmi, notifiche e relazioni mediate dagli schermi, Dolcenera rivendica il bisogno di autenticità. Lo fa con “Epopea”, il nuovo singolo in cui torna a raccontare un presente che ci vuole sempre più connessi ma allo stesso tempo distanti. La cantautrice, che nei prossimi mesi pubblicherà un album di inediti a quattro anni dal precedente, presenta il nuovo brano a FQMagazine e riflette sui social network, che a suo dire hanno contribuito a estremizzare il dibattito politico e a modificare il nostro modo di relazionarci agli altri. E confessa un momento di crisi: “Avevo perso fiducia nel valore della musica”.
Nei tuoi ultimi due singoli, “Epopea” e “My Love”, ti interroghi sui risvolti che la vita digitale ha su quella reale. Sei spaventata?
No, sono curatrice dei valori del passato ma ho sempre creduto nel futuro. Non a caso i videoclip di entrambe le canzoni sono stati realizzati in parte con l’IA. Non mi spaventa niente, questo momento storico della nostra vita digitale è una fase di passaggio in cui tutto deve ancora essere regolato. Di certo sta cambiando il modo di approcciarci l’uno all’altro, siamo più distanti.
È anche questa distanza che hai avvertito ad averti tenuta lontana dalle scene?
Dopo “Calliope (Pace alla luce del sole)”, una canzone sulla pace che ho scritto nel momento dello scoppio della guerra in Ucraina, non trovavo altre voci affini alla mia nei contenuti. Questa sensazione di isolamento mi ha portata a fermarmi per riflettere su cosa volesse ancora dire fare musica, perché non c’era nessuno che parlasse la mia stessa lingua, mi sembrava fosse più entertainment.
Avevi perso fiducia nel valore della musica?
Sì. In quasi tutte le mie canzoni c’è una sorta di sogno collettivo, mai individuale. Io lancio segnali, pongo domande per capire in cosa crediamo, come ci sentiamo, e invito chi la pensa come me a unirsi, ad abbracciare un’ideologia, a toccarci, a sentirci.
Sei sulle scene da più di 20 anni, e pensare che ti eri iscritta ad ingegneria meccanica, quanto di più distante dall’arte.
Perché ho due anime, sono anche molto razionale, purtroppo. Forse dovrei essere più leggera.
Hai mai pensato di portare a termine gli studi?
Sì, una decina d’anni fa ero tornata in università, ma mi mancano sempre i soliti 3 esami. Ad ogni modo me lo porto dentro come un momento bello della mia esistenza: è lì che ho capito che sono fatta per stare con le persone, per fare gruppo e stimolare alla conversazione. Ed è in quei corridoi che ho saputo di dover andare a Sanremo.
Prima della finale delle “Nuove Proposte”, nel 2003, stavi per andare via.
Una reazione emotiva data dal fatto che non mi piaceva la gara nella musica. Quando guardavo Sanremo da fuori, per me la gara non esisteva, io ascoltavo le canzoni. Quando l’ho osservato da dentro, invece, ho visto l’accanimento mediatico, la ricerca spasmodica di notizie. Tutta questa parte collaterale alla musica non mi ha mai fatto impazzire. Sono sempre stata molto idealista, tanto che pensavo: “Che bisogno c’è di fare interviste? Parla la musica al posto mio”. Per i primi 5-6 anni, infatti, davo risposte a monosillabi.
Oggi sei più morbida su questo aspetto?
Sono diventata logorroica, perché c’è bisogno di raccontare bene le cose. È un altro tipo di reazione allo stesso sentimento.
Nel 2005 vinci “Music Farm”, che anni dopo hai descritto come un’esperienza che ti ha migliorata e cambiata per sempre. Ti ritrovi ancora in quelle parole?
Sì, e aggiungo una cosa: mi ha fatto scoprire chi sono in stato di pressione.
E chi sei?
Musicalmente sono un genio (ride, ndr). Nel momento in cui ho intorno una squadra di persone e delle tempistiche, do il meglio. Emotivamente, invece, c’è l’altro lato della medaglia dello stare in tv. Dopo “Music Farm” i giornalisti andavano a casa di mia madre, del mio ex fidanzato, una cosa folle che non mi piaceva per niente.
A Sanremo torni nel 2006 e arrivi seconda nella categoria donne dietro Anna Tatangelo.
Quel Sanremo ha reso “Com’è straordinaria la vita” un evergreen.
Molto tempo dopo è nata una polemica proprio in relazione a voi due. La diatriba del pesce e del caviale.
Un giochetto di un programma televisivo pomeridiano. Infatti non vado più nelle trasmissioni dove si cerca il gossip.
Nel 2009 all’Ariston il pubblico fischia l’eliminazione de “Il mio amore unico” dalla finale della gara.
Non me lo ricordavo, ma ricordo il dopo: tre mesi ai primi posti in radio.
“Ci vediamo a casa” arriva tre anni più tardi.
“Qualunque cosa accada noi ci vediamo a casa” è diventata una frase iconica, se la rivendono diversi negozi su portachiavi e altri oggetti. Io però non ci guadagno niente perché non mi hanno considerata (scoppia a ridere, ndr).
Vuol dire avere fatto centro nel cuore della gente.
Giuliano dei Negramaro mi disse: “Quella frase si dice come l’hai detta tu e basta. Non c’è un altro modo per dirla”. E quello è il “miracolo” della combinazione tra musica e parole.
Che ricordo hai del tuo ultimo Sanremo, nel 2016?
Non andò benissimo, però mi dissero tutti che sembravo l’ospite internazionale. Sapevo anche io che la canzone non aveva un’atmosfera di estrema popolarità italiana. Aveva un blues di un certo tipo, un ritornello che non urlava. Era un altro modo di raccontare cosa può essere la parte cantautorale di una pianista.
Ti piacerebbe tornare al Festival?
Quando ci sono andata è successo perché tutto sembrava convergere in quella direzione. Se dovesse essere di nuovo così, vorrà dire che energeticamente sono proiettata lì. Non ho preclusioni.
Sempre attenta anche alle tematiche sociali, più volte hai cantato nelle carceri, dove la situazione, se possibile, negli ultimi anni è anche degenerata.
Perché è peggiorata la situazione sociale generale, e la cura degli “ultimi” diventa impossibile da sostenere. La politica non ci riesce, perché in questo momento cerca di sopravvivere in mezzo agli estremismi.
Nel 2013 girava in rete un audio in cui cantavi “Bersani’s on fire”: un endorsement all’allora candidato premier della coalizione di centrosinistra o un gioco?
Un gioco che avevo fatto con Radio Deejay.
Oggi lo rifaresti? Se sì, per chi?
Tu che ne pensi? Cosa dicono le mie canzoni di me?
Che sei al di sopra della politica.
La politica si è estremizzata perché oggi si fa anche sui social, che prediligono un linguaggio veloce e ricondivisibile. I problemi complessi, invece, hanno bisogno di soluzioni complesse e pensieri lunghi, non adatti ai social, la cui che comunicazione rapida e più estrema non considera la mediazione e la diplomazia. Io toglierei i social ai politici.
A “Pechino Express” il tuo compagno a un certo punto del viaggio ti ha detto: “Non si può avere tutto sotto controllo nella vita, quando lo capisci ti alleggerisci”. Arrivare a questa consapevolezza è un po’ la tua epopea?
Sì, vorrei che qualsiasi cosa, anche la più piccola, che fa parte della mia vita esprimesse perfettamente l’emozione e la visione che ho dentro.
Stai provando a seguire il suo consiglio e alleggerirti?
Perderei tempo (sorride, ndr). Muoio dalla voglia che si capisca quel che sono, e di controllare il fatto che qualsiasi parola che dico sia rappresentativa al 100% del mio pensiero e della mia emotività. Ma mi rendo conto che non è possibile. La vita è fatta di mediazioni.