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“Sono come le mie vecchie zie che quando ero bimbo coprivano la tv con un telo perché si sentivano osservate. I social oggi ti rubano l’anima, mi fa orrore”: parla Vinicio Capossela

Il cantautore si racconta: la giovinezza, il rapporto con il web e l'amore e quell'incontro con Tom Waits

di Redazione FqMagazine
“Sono come le mie vecchie zie che quando ero bimbo coprivano la tv con un telo perché si sentivano osservate. I social oggi ti rubano l’anima, mi fa orrore”: parla Vinicio Capossela

Nel suo immaginario la realtà si mescola con la fantasia, le canzoni parlano di antieroi e marinai. Un mondo che fu, rispetto a quello delle nuove tecnologie. Anche Vinicio Capossela, 60 anni, si sente vicino a quel modo di vivere. Non usa i social, che sono “un modo di sopravvivere alla morte, ma è terrificante che quando muori il tuo Facebook rimanga attivo – ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera – Paradossalmente i social sono la nostra possibilità di eternità, un’eternità completamente virtuale affidata ai server”.

Il cantautore non gestisce i suoi profili: “Sono come le mie vecchie zie che quando ero bambino coprivano la televisione con un telo perché si sentivano osservate. Sono un po’ preistorico. Ho un aspetto animista, ho paura che mi possano rubare l’anima“. Non vuole neanche sbirciare perché “è un’abitudine che mi fa orrore. Mi sembra incredibile che incontri una persona e subito dopo vai a googlarla. Però rientra nello standard dei comportamenti comuni”.

Quest’anno, festeggia i 20 anni del suo disco “Ovunque proteggi” e i 30 di “Ballo di San Vito“. Nessuno dei due contiene il suo singolo più ascoltato in streaming, che è “Che coss’è l’amor”. Una canzone per cui non erano mai stati fatti videoclip, ma “è stata una fortuna perché il vero video l’hanno fatto Aldo, Giovanni e Giacomo nella scena della partita sulla spiaggia in “Tre Uomini e una gamba”. Il brano è ambientato in un circolo culturale latino americano: “Io ho vissuto una grande storia d’amore con la ragazza che stava al bar, perché quando uno va al bar, quella che sta al bar acquista una sacralità, un’irraggiungibilità, una specie di deità, a cui non puoi resistere”.

Sull’anima gemella, però, Capossela ha una visione tutta sua: “Il ‘Simposio’ di Platone è una truffa. Cercando l’altra metà del proprio doppio si prendono grandi abbagli. Bukowski diceva: ‘Il mio amore esiste, ma come può arrivare a me se intanto continuano a trovarmi le putt*ne?'”.

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