Che cosa dice il brutale assassinio di Sako Bakari su una generazione di adolescenti senza empatia
di Carmelo Zaccaria
Che cosa vuoi dire a questa gang di ragazzini che all’alba di un mattino tetro e crudele sorprende, insegue, bracca Sako Bakari, bracciante maliano di 35 anni, ammazzandolo brutalmente? La procura di Taranto ha definito questo crimine, rendendolo se possibile ancora più atroce, un gesto irragionevole, compiuto per futili motivi, per distrarsi dall’accidia quotidiana. L’aggravante del pestaggio sta proprio nell’assenza di un movente esplicito, nel presentarsi come atto senza qualifica, arbitrario, spoglio di qualsiasi pretesa ideologica, derubricato a miserabile razzismo straccione; invece si è trattato di una miserabile carognata, una loffia smargiassata inferta ad un soggetto debole, innocuo, sprovveduto.
Si è deciso di uccidere con nonchalance, imitando lo spirito combattivo degli amati supereroi dei videogame dove la bastonatura è consentita, dove i pugni e i calci non fanno male. Quindi ammazzare un nero e poi riderne, esserne fieri, compiacersene, deve essere per questi ragazzini una goduria immensa, un trofeo osceno da incorniciare ed esibire. Scene così sconvolgenti si rintracciano nelle scorribande vigliacche contro i negri della Louisiana, si raccontano nello sguardo incredulo e corrucciato dell’Ispettore Tibbs.
La tenace brutalità di questi adolescenti continua a inquietarci. La vera difficoltà dei padri, di tutti i padri, è quella di doversi misurare oggi con il senso di inadeguatezza dei propri figli, nel capire le ragioni della loro apatia, che è anche paralisi emotiva, assenza di responsabilità. Un vuoto esistenziale che riempiono con esplosioni di rabbia e di violenza gratuita, senza provarne alcun rimorso. Eppure anche Raskòl’nikov uccide in modo efferato, ma poi è pervaso da un’ansia terribile di espiazione; soffre le pene dell’inferno per riuscire a venire a capo della sua terribile azione delittuosa. Egli vive un conflitto lacerante tra un desiderio inconscio di farsi scoprire e la paura del castigo. Sperimenta un tormento interiore insopportabile, perché si rende conto della gravità di quello che ha fatto e della sofferenza che ha provocato.
L’aspetto più disarmante è che questi giovani adolescenti non sanno riconoscere il male che li soffoca dentro, ignorando il dolore che esso provoca. Perché dovrebbero farsi carico della sofferenza inflitta agli altri se non sanno riconoscerla dentro di sé? Ecco perché anche le azioni più scellerate sembrano scivolargli addosso in modo tragicamente inconsapevole.
E’ vero che anche in passato, in presenza di contesti sociali in rapida trasformazione, generazioni di scontenti hanno manifestato la loro frustrazione attraverso una lacerante aggressività. Gli anni della contestazione e del terrorismo furono funestati da episodi di una violenza sconcertante. Pasolini ha lucidamente osservato come la modificazione antropologica avvenuta negli anni del dopoguerra, figlia di un modello di produzione che privilegiava un conformismo totalizzante, quando i padri non sono riusciti a incanalare i figli verso una società più aperta, lasciandoli preda di promesse illusorie del tanto decantato sviluppo allora in voga, portò quei giovani a reagire con veemenza ad un modello di società oppressiva, cui non erano riusciti ad integrarsi. Il consumismo, scrive Pasolini in Lettere Luterane, ha distrutto cinicamente un mondo reale trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e il bene. “Ecco da dove viene la ferocia prodotta dall’assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore”.
Oggi, tuttavia, una ulteriore e più radicale mutazione antropologica si sta materializzando attraverso l’impatto devastante della tecnologia digitale che, modificando e inasprendo le relazioni e i comportamenti umani, sin dentro le proprie viscere, accelera e stravolge profondamente il nostro modo di stare al mondo. Una nuova generazione, figlia di una irresistibile trasformazione sociale, viene a galla confusa e senza cuore, più irrequieta e inconsapevole di prima.