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Sako Bakari, il bracciante ucciso a Taranto, è stato tradito anche da chi appartiene alla ‘zona grigia’

Quale morale alberga nell'animo del proprietario del bar di Taranto che, accortosi dell'aggressione, non ha allertato le forze dell'ordine e ha anzi imposto al giovane, che aveva cercato riparo presso il suo locale, di allontanarsi?
Sako Bakari, il bracciante ucciso a Taranto, è stato tradito anche da chi appartiene alla ‘zona grigia’
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di Rosamaria Fumarola

Sako Bakari, bracciante agricolo di 35 anni, assassinato a Taranto lo scorso 9 maggio, non è stato solo tradito dal male, ma anche da chi non ha fatto nulla perché il male non fosse agito. Ad uccidere Sako è stato anche uno di coloro i quali affollano la cosiddetta “zona grigia”, quella a cui, come ci ha insegnato Primo Levi, apparteneva la stragrande maggioranza dei tedeschi che non partecipò all’assassinio di nessuno ebreo, ma che ne fu responsabile comunque.

Ne fu responsabile per essersi voltato dall’altra parte, per non aver speso nemmeno una parola in difesa delle vittime e aver continuato a coltivare il proprio orticello, felice solo di non essere egli stesso un condannato. Costoro, ci piaccia o meno, sono la maggioranza della nostra società e questo ci impone una domanda: quale morale (se di morale per tali individui si può parlare) abita l’animo di chi ritiene di essere meno responsabile per il fatto di non aver sferrato materialmente i colpi che hanno condotto ad un insensato omicidio?

Dunque, quale morale alberga nell’animo del proprietario del bar di Taranto che, accortosi dell’aggressione di ben sei individui nei confronti di Sako Bakari, non ha allertato le forze dell’ordine e ha anzi imposto al giovane, che aveva cercato riparo presso il suo locale, di allontanarsi, lasciandolo di fatto al destino deciso da una manciata di criminali?

Mi è capitato di leggere proprio oggi uno scritto che sottolineava le imbarazzanti similitudini tra quanto accaduto e le aggressioni che gli afroamericani hanno subito per troppo tempo negli Stati Uniti. Quante pellicole che raccontavano un odio razzista ci hanno indignato e commosso se, comodi sul divano di casa o al cinema, guardavamo a quei fatti come espressione di pura barbarie e privi di una giustificazione razionale? La verità è che una giustificazione c’è sempre e va guardata bene, studiata, capita affinché possiamo occupare responsabilmente il nostro spazio nella società.

Sako in bici tutti i giorni, ma sarebbe più esatto parlare di notti, raggiungeva il posto dal quale sarebbe salito su un autobus che lo avrebbe condotto sul luogo di lavoro. Rispettava le regole Sako, quelle che impongono un lavoro duro per sopravvivere da extracomunitario nelle nostre città. La sosta per un caffè deve essergli sembrata una preziosa libertà prima della fatica quotidiana, come quella che ciascuno di noi prova nei momenti liberi dal lavoro, che ci segnano per l’intensità della loro bellezza semplice. Il solo pensiero che costui condivideva il destino di fatica di ogni uomo sarebbe dovuto bastare a renderlo fratello di ciascuno dei suoi assassini. Questo pensiero non ha però sfiorato le loro menti.

E il proprietario del bar, lavoratore a sua volta, non ci ha pensato? Certo anche lui avrà i suoi problemi quotidiani e voler evitare di essere coinvolto in una rissa è pur sempre legittimo. Eppure sarebbe bastata una telefonata per fare intervenire chi avrebbe senz’altro posto fine alla violenza. Allora perché non farla, quella telefonata? Forse perché, dovendo scegliere, sta dalla parte di quelli che pensa essere più simili a sé e va dunque considerato partecipe moralmente di quanto accaduto. Oppure perché non ha voluto guardare, ha creduto che sarebbe bastato chiudere una porta per lasciarsi il mondo alle spalle, forse un mondo che nemmeno gli piace.

La rete che regge il nostro vivere in un consorzio sociale è però, quando occorre, proprio il farsi carico di ciò che riguarda le vite altrui. Senza questa rete nessuna società può esistere e se la rete ha maglie troppo larghe qualcuno può cadere e perdersi. Nello spettacolo di pessima qualità di cui attraverso i social vogliamo essere protagonisti, ci sfugge ancora che una parte di noi andrebbe spesa per riparare quella rete, affinché non si sia solo attori di un’altrui sceneggiatura, ma individui responsabili, spinti a cercare e trovare il fondo di quella rete e comprendere quanto indispensabile sia.

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