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Dalla luna disabitata alle mucche senza corna: cinque racconti apocrifi

NON C'È DI CHE - Dal fascismo che italianizza i menu ai gesuiti pragmatici: racconti apocrifi irresistibili
Dalla luna disabitata alle mucche senza corna: cinque racconti apocrifi
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Da una rubrica apocrifa di Mario Brancacci. Quando, nel ventennio fascista, il governo soppresse le parole straniere, vietandone l’importazione e imponendone la versione italiana, le triglie in salsa mousseline si videro servite in salsa Mussolini. Quindi un politico imbecille, facendosi vindice dell’italianità, esercitò la sua pressione sul governo perché fossero tassate le parole straniere sulle insegne degli esercizi pubblici. Un umorista chiosò: “Invece di imporre balzelli sulle parole di altre lingue, propongo di tassare l’imbecillità dei nostri politici. E’ così sconfinata che, tassandola, potremmo abolire tutte le altre imposte, come a Montecarlo.”

Da un racconto apocrifo di Giuseppe Marotta. Un astronomo napoletano stava spiegando a un cafone arricchito perché la luna fosse disabitata, ma vedendo che le sue parole cozzavano contro l’ignoranza impenetrabile di quello, perse la pazienza e disse: “Senta, mettiamola così: la luna non è abitata perché, se lo fosse, mi sa dire lei dove andrebbero a cacciarsi gli abitanti quando si riduce a un quarto?” E quello: “E ci voleva tanto?”

Dai racconti apocrifi di Giovanni Papini. Quattro religiosi stanno pregando in un eremo. Sono un benedettino, un francescano, un domenicano e un gesuita. All’improvviso salta la luce. Nel buio, il benedettino continua a recitare il breviario, che sa a memoria. Il francescano si inginocchia e prega che la luce ritorni. Il domenicano propone una disputa teologica sulla natura della luce e sul concatenarsi di cause ed effetti che ne hanno provocato la scomparsa. Torna la luce, si guardano intorno: il gesuita non c’è. Scomparso! Dopo un po’ torna: era andato a cambiare la valvola.

Dai racconti apocrifi di Mark Twain. Durante un’escursione in una riserva indiana, un turista vede il capo tribù con in braccio una bambina di un anno e gli chiede qual è il nome della bimba. “Angwusnasomtaqa”, risponde il capo indiano. Il turista: “Non è un nome un po’ lungo, per una bambina così piccola?” E il capo indiano: “Non siamo gente di città. Abbiamo tutto il tempo.”

Dalle storielle apocrife di Danny Kaye. “Che strana mucca”, dice un bambino di città a un bambino di campagna. “Perché non ha le corna?” E il bambino di campagna: “Ci sono vari motivi per cui una mucca non ha le corna. A volte spuntano tardi. A volte si rompono. E certe mucche proprio non le hanno. Ma il motivo per cui questa mucca non ha le corna è che è un cavallo.”

Da una cronaca apocrifa di Lorenzo Montano. Il marchese Ettore Florenzi di Perugia aveva sposato una Mariannina Bacinetti di Ravenna, giovanissima e bellissima, che dopo due anni di matrimonio era diventata l’amante di Luigi, principe di Baviera, salito poi al trono nel 1825. La zia, la bellissima ma ormai matura Cornelia Rossi Martinetti, già celebrata dal Foscolo nelle Grazie, era seccata dello scandalo. A un certo momento si addiviene a una specie di capitolato: il principe si impegna a passare al marchese 300 scudi romani per ogni mese in cui darà alla moglie licenza di convivere con lui; e il marchese accetta. Una sera, poco dopo la morte del re, un servo di lui rimise alla marchesa un plico suggellato con un biglietto in cui si leggeva: “Scarpetta della marchesa Marianna Florenzi, ricordo del primo ballo in casa Torlonia”. La fiaba di Cenerentola ha dunque qualche radice nella storia.

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