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Dopo il folle gesto di Modena si chiede di nuovo più repressione e sicurezza: nessuno si interroga mai sulle cause

La responsabilità individuale resta. Ma continuare a fingere che questi fenomeni siano solo deviazioni personali significa bendarsi gli occhi
Dopo il folle gesto di Modena si chiede di nuovo più repressione e sicurezza: nessuno si interroga mai sulle cause
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Anche dopo il folle gesto di Salim El Koudri alcuni partiti della maggioranza di governo non hanno perso l’occasione per polemizzare e rilanciare il cavallo di battaglia della sicurezza, ma solo a fini elettoralistici. Salvini ha proposto la revoca del permesso di soggiorno, dimenticando che, a dispetto del nome e dell’origine marocchina, l’autore del grave fatto criminoso è un cittadino italiano.

Quindi, niente di nuovo sotto il sole. Oggi con un’auto che piomba sui passanti, ieri con l’accoltellamento all’interno di una scuola, la litania è sempre la stessa: più repressione, più slogan sulla sicurezza. Mai una domanda vera sul perché, mai che ci si interroghi sui motivi di ciò che accade.

Eppure episodi come quello di Modena non nascono dal nulla. Anche dietro il gesto violento dell’uomo che ha travolto dei passanti con l’auto non c’è soltanto una vicenda individuale. C’è il ritratto di un mondo sociale sempre più frammentato, incapace di riconoscere in tempo il disagio e spesso privo degli strumenti, umani prima ancora che sanitari, per contenerlo. L’uomo aveva studiato, aveva una laurea, un percorso che sulla carta avrebbe dovuto garantire inclusione e stabilità. Ma nelle società contemporanee il titolo di studio non protegge dalla marginalità emotiva e relazionale. Si può essere istruiti e insieme invisibili. Si può vivere in mezzo agli altri senza sentirsi parte di una comunità.

La nostra società sta progressivamente smontando i luoghi della coesione sociale. La famiglia è diventata più fragile, i quartieri più anonimi, il lavoro più precario, le relazioni più intermittenti. Le reti associative, religiose e civiche, che un tempo assorbivano parte del disagio, si sono indebolite. E quando una persona cade, spesso cade da sola.

Ma insieme alla crisi dei legami si è aperta anche una crisi più profonda: quella delle istituzioni di controllo sociale che storicamente garantivano equilibrio e convivenza. Non si tratta soltanto delle forze dell’ordine. Una società funziona quando esistono presìdi diffusi, capaci di intercettare il disagio prima che degeneri: scuole, servizi sociali, medicina territoriale, vicinato, associazionismo, comunità religiose, luoghi di lavoro stabili.

Ogni convivenza democratica si fonda anche su una rete di controlli sociali. Non parlo di controllo repressivo, ma della capacità collettiva di prevenire la deriva, di cogliere segnali di isolamento, aggressività, squilibrio, abbandono. Quando questi anticorpi sociali si indeboliscono, il rischio è che il disagio diventi invisibile fino al momento della rottura. Non è un caso che il tema della salute mentale emerga sempre più spesso dentro episodi estremi. Ma ridurre tutto alla psichiatria sarebbe un errore comodo. La malattia mentale non genera automaticamente violenza. Piuttosto, ciò che inquieta è la combinazione tra sofferenza personale, isolamento sociale e assenza di legami significativi.

Anche il dibattito sulla sicurezza rischia spesso di diventare fuorviante. La sicurezza non è soltanto prevenzione poliziesca, ma anche capacità di costruire comunità, servizi territoriali, relazioni sociali stabili. Dove manca coesione, cresce la paura. E dove cresce la paura, ogni individuo si chiude ulteriormente in se stesso. Il rischio è che fatti come quello di Modena vengano letti soltanto come emergenze improvvise, deviazioni inspiegabili di singoli individui.

Di contro, da anni la politica italiana discute ossessivamente di ordine pubblico, che pure è importante, ma nell’immediatezza. Evita però accuratamente di affrontare la questione sociale. Perché affrontarla significherebbe mettere in discussione priorità economiche e scelte di potere. Significherebbe ammettere che non si può continuare a tagliare welfare, sanità territoriale, salute mentale, scuola pubblica e servizi sociali, mentre si trovano miliardi per salvaguardare rendite, bonus ai ceti già protetti o spese militari presentate come inevitabili.

Nel frattempo crescono generazioni senza futuro stabile: giovani sottopagati, precari cronici, studenti trasformati in lavoratori poveri, ragazzi che vivono un’esistenza sospesa tra ansia, isolamento e frustrazione. E poi ci sono gli immigrati, spesso ridotti a forza lavoro invisibile o a bersaglio propagandistico permanente: persone lasciate in condizioni di marginalità che aumentano fragilità e tensioni sociali.

Naturalmente nulla giustifica la violenza. La responsabilità individuale resta. Ma continuare a fingere che questi fenomeni siano solo deviazioni personali significa bendarsi gli occhi e girarsi comodamente dall’altra parte. Una società che produce esclusione, solitudine e abbandono non può stupirsi se poi emergono esplosioni di rabbia incontrollata. La verità è che stiamo pagando anni di desertificazione sociale. Quartieri senza presidi culturali, scuole lasciate sole, servizi psicologici insufficienti, lavoro sempre più povero. In questo vuoto prosperano paura, aggressività e disperazione.

E allora forse la domanda non è soltanto come fermare il prossimo gesto folle. La domanda è che tipo di società stiamo costruendo, quando consideriamo “spesa” aiutare i fragili e “investimento” alimentare economie di guerra o proteggere privilegi consolidati. Perché nessuna pattuglia di polizia o telecamera di videosorveglianza potrà mai sostituire ciò che uno Stato sociale forte avrebbe potuto e dovuto prevenire molto prima.

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