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Quando i figli adolescenti diventano autonomi? I pareri (e le paure) dei genitori secondo i dati del Censis 2026

L'emancipazione dei ragazzi viste di familiari. Quando i ragazzini possono uscire con gli amici? Quando è il momento di andare a vivere da soli? E qual è l'età "giusta" per le prime esperienze sessuali?
Quando i figli adolescenti diventano autonomi? I pareri (e le paure) dei genitori secondo i dati del Censis 2026
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Il mondo fuori è una giungla, ma quanto è sano vivere in una bolla? È l’eterno dilemma che orbita nei pensieri di tutti i genitori e che diventa un fardello quando i figli smettono di essere bambini e iniziano a rivendicare il loro essere persone autonome e indipendenti. Ed è proprio il tema dell’indipendenza uno dei tanti punti su cui si è concentrato il RapportoEssere genitori oggi. Valori e significati della genitorialità nella società italiana” realizzato dal Censis: un campione composto da mille italiani e italiane tra i 18 e i 64 anni con figli che, al 79,2%, ha ammesso quanto è difficile essere genitori oggi.

“La responsabilità genitoriale nell’accompagnare la crescita e la maturazione dei figli è fatta di decisioni puntuali, con particolare riferimento anche all’età a partire dalla quale concedere ai figli più libertà e la possibilità di svolgere determinate attività” si legge nell’incipit del capitolo su autonomia e indipendenza. E infatti la transizione di un figlio dall’infanzia all’età adulta, ovvero la tanto temuta adolescenza, è un momento chiave per un genitore: non solo perché davanti a sé ha una “strana creatura” che non riconosce più, ma soprattutto perché ogni decisione sfida il genitore a fare i conti con se stesso e con i propri valori, le ansie e le paure.

Prima di scavare a fondo, il Rapporto mette da subito nero su bianco l’idea generale di indipendenza: qual è l‘età appropriata per riconoscerla ai propri figli? Considerando che il termine autonomia abbraccia un ampio campo semantico che va dallo svago alle responsabilità, il 27,8% dei genitori italiani ha risposto che la fascia d’età più appropriata sarebbe tra i 14 e i 15 anni. Una percentuale di poco più bassa (21,8%) spingerebbe il senso di autonomia a prima dei 14 anni mentre una minima e quasi insignificante – ma pur sempre esistente – percentuale (0,6%) pensa che ai figli non vada mai concessa alcuna indipendenza.

Coerentemente con questi risultati, il 32,2% dei genitori ha poi inquadrato i 14 e 15 anni come un buon momento per permettere ai figli di uscire da soli: piccole commissioni, passeggiate con il cane, giri in bicicletta. Non rientrano in questo scenario le uscite con gli amici perché in tal caso ben il 37,7% ha spostato l’età tra i 16 e i 17 anni. Questa leggera oscillazione si può facilmente giustificare con il senso di condizionamento che gli adolescenti esercitano l’un l’altro: in un gruppo di amici è naturalmente più facile che un 14enne sia più influenzabile dalle scelte altrui piuttosto che un 17enne al quarto anno di liceo.

Le uscite con gli amici sono la prima vera situazione che solletica i ricordi passati di un genitore: cos’hanno potuto – o non potuto fare – loro da giovani? È attraverso questo gioco di specchi che prende forma la difficoltà. Il Censis ha evidenziato come, secondo i dati attuali e rispetto all’ultimo Rapporto del 2002, l’ansia dei genitori sia notevolmente diminuita. Merito del tempo storico che è mutato? Sempre secondo l’indagine, uno dei motivi principali per cui un genitore si sente più sereno è grazie alla presenza degli smartphone: “Sulla possibilità di contattare o addirittura geolocalizzare il proprio figlio grazie allo smartphone – si legge – i genitori concedono presto ai figli spazi di autonomia che tuttavia sono soggetti a forme di controllo e sovra-ordinazione”.

Un’indipendenza tutelata oppure ombre di una “finta autonomia” che spesso aggrava le tensioni genitori-figli per via dell’eccessivo monitoraggio? È qui che si crea il paradosso: concedere lo svolgimento di attività che sembrano rischiose per quella fascia d’età ma farlo “convinti di aver delineato un perimetro in cui possono contare su verifiche e controlli”.

Ma un conto è sapere dove sia il figlio che si trova lontano dallo sguardo del genitore per poche ore, un conto è accettare l’idea che da un certo punto in poi non viva più nel nido domestico. Su questo tema, le percentuali sono un po’ più impietose e mostrano l’Italia come il Paese che, rispetto al resto d’Europa, fa fatica a lasciar andare la propria progenie. Alla domanda su quale età i genitori ritengono sia più opportuno che i figli vadano a vivere da soli, il 27,3% ha risposto di non saperlo, il 25,2% ha preferito un’età superiore ai 25 anni e l’1,5% ha ribadito un intransigente mai.

Le ragioni di questa incertezza e dilatazione temporale non vanno cercate solo nell’ansia genitoriale ma anche nello sguardo realista delle famiglie sulla società odierna: poche opportunità di lavoro, precariato, disoccupazione, maggior richiesta di titoli di studio, insostenibilità economica per caro-affitti e costo della vita. La sfera familiare si pone in questo contesto non come impedimento all’emancipazione, ma come unica alternativa possibile ai giovani.

Infine, arrivando nel fondo dei tabù impronunciabili, il sondaggio ha scavato anche su un piano socio-culturale. È partito innanzitutto da quale sarebbe l’età più funzionale per far provare a un figlio l’alcol e il fumo, insieme alla decisione di farsi piercing o tatuaggi. Sulle prime due “esperienze” la percentuale maggiore per entrambe va su un grosso “mai”: tuttavia il diniego assoluto è più morbido sugli alcolici (41,8%) rispetto alle sigarette (74,8%). Su piercing e tatuaggi invece la totalità si è posta sul veto della maggiore età.

Ma il vero tassello che si riflette poliedricamente su tutta la società è la questione della sessualità. A che età pensare i propri figli attivi sessualmente? Il dato che fa riflettere – e che a tratti spaventa – è la neutralità: ben il 37,6% ha detto non sapere quando è il momento giusto. La percentuale immediatamente successiva (35,2%) ha manifestato l’idea di accettare la prima volta dei figli solo dopo il compimento dei 18 anni.

E non è un caso se il nostro paese è uno dei pochi in Europa a non avere una legge uniforme sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Il bavaglio alla libertà di insegnamento è stata messa dal Ddl Valditara che ha posto il consenso informato alle famiglie come condizione indispensabile. Ma se le famiglie stesse hanno risposto in maggioranza di “non sapere”, va detto che famiglia e sessualità sono strettamente correlate: focalizzarsi sulle interazioni con altri/e è fondamentale per prevenire relazioni di violenza dentro e fuori l’ambiente domestico.

E se alla fine quel 79,2% ha detto quanto sia difficile la genitorialità oggi, la colpa non è dei genitori. E nemmeno dei figli. Sta alla società creare tutti i presupposti per un’indipendenza sana e di vera crescita che possa essere reciproca sia per i genitori che per i figli.

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