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Via libera alla caccia allo stambecco, l’ultimo orrore del centrodestra: la specie protetta dall’Ottocento grazie ai Savoia

Con il ddl Malan il centrodestra apre la caccia allo stambecco, specie salvata dall'estinzione nell'Ottocento e che fece nascere il Parco Nazionale del Gran Paradiso
Via libera alla caccia allo stambecco, l’ultimo orrore del centrodestra: la specie protetta dall’Ottocento grazie ai Savoia
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È una specie simbolo, praticamente estinta già nell’Ottocento, salvata dal desiderio dei Savoia di cacciare e dunque di intestarsi in via esclusiva l’attività venatoria nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Che all’epoca non esisteva e la cui storia è proprio legata a questo meraviglioso animale: lo stambecco. In sostanza, da allora, da Carlo Felice prima e da Vittorio Emanuele II poi, lo stambecco è rinato: da poche decine di esemplari si è riprodotto – oggi è il simbolo del Parco valdostano – ed è piuttosto in salute (anche se geneticamente fragile). Eppure il centrodestra unito ha deciso di fargli la guerra, aprendo la possibilità di cacciarlo.

Lo ha fatto approvando uno degli ultimi emendamenti al cosiddetto ddl Malan, vale a dire la riforma della legge 157/92, in discussione nelle commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato. Riforma che, a breve, approderà in Aula. È solo l’ultimo degli orrori approvati da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, legati alla gestione dell’ambiente e della fauna selvatica. Il disegno di legge, infatti, ne contiene altri, altrettanto gravi. Non a caso la commissione Ue lo scorso dicembre ha inviato una lettera per manifestare le proprie preoccupazioni in merito al provvedimento. Lettera, come denunciato dalle associazioni ambientaliste e animaliste, tenuta nascosta dal governo Meloni.

“Nel disegno di legge n.1552, nella versione finale emendata – scrive in una nota la Lac – è stato aggiunto alle specie cacciabili lo stambecco, specie sinora particolarmente protetta grazie al ruolo dei Savoia, della riserva reale istituita nel 1836 e poi della nascita del Parco Nazionale del Gran Paradiso, che salvò la specie allora sull’orlo dell’estinzione”. Sul versante italiano delle Alpi, oggi, si contano circa 15mila individui. “Inoltre verrebbe inserita tra le specie cacciabili anche la rara oca selvatica, oggi protetta. Il lupo viene cancellato dall’elenco delle specie particolarmente protette”.

Ma, come detto, l’elenco degli orrori della riforma spara-tutto è lungo: “Spazia dall’apertura della caccia nelle foreste demaniali, alla presenza dei cacciatori nel demanio marittimo, alla massima mobilità regionale dei cacciatori di specie migratrici, all’apertura dell’attività venatoria nei valichi montani e sui terreni innevati. Si introduce la caccia da natanti a remi e si autorizzano i sistemi di puntamento a conversione o amplificazione della luce residua (proibiti dalla Convenzione di Berna)” scrive sempre la Lac. Che conclude: “Il senso generale delle modifiche è quello di dilatare in modo esasperato giorni, modalità e luoghi di caccia, realizzando una pressione venatoria assolutamente insostenibile per i residui ecosistemi naturali e agricoli italiani. Si è scelto di raschiare il fondo del barile anziché salvaguardare il patrimonio faunistico costituito dai mammiferi ed uccelli selvatici, solo per blandire il consenso di corporazioni egoiste e consumiste. Per la Lac un testo del genere non è migliorabile, ma è soltanto uno sfacelo per la natura“.

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