Ddl caccia, l’Ue boccia la riforma della destra ma il governo Meloni nasconde la lettera: “Conflitti con direttive comunitarie”
Una lettera di richiamo – di fatto, una bocciatura – tenuta nascosta dal governo Meloni dallo scorso dicembre. La Commissione europea, attraverso la Direzione generale Ambiente, ha scritto al Mase per sottolineare come il ddl Malan, cioè la riforma sulla caccia sottoscritta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia e fortemente voluta da Francesco Lollobrigida, rischi di entrare in conflitto con le normative Ue. Vale a dire con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. Con la conseguenza, per l’Italia, di finire sotto procedura d’infrazione. “Le modifiche proposte (alla 157/92, ndr) sollevano diverse preoccupazioni” scrivono da Bruxelles.
Leggendo il documento, per il ministero dell’Agricoltura – vero regista dell’operazione, insieme a Coldiretti – è una specie di Caporetto. La riforma viene bocciata su punti ritenuti fondamentali dal mondo venatorio e dai partiti che ne coltivano gli interessi. E solo così ci si spiega la ragione dietro la lentezza con la quale è stato approcciato l’iter del disegno di legge, che tornerà di nuovo nelle commissioni parlamentari il prossimo 13 di maggio. Dunque – forse – non è la maggioranza che ha paura di portare a compimento un progetto che una larga fetta di elettori disapprova, ma è l’intervento dell’Unione europea ad averne frenato il processo. E pensare che un anno fa lo stesso Lollobrigida, nella fase finale di stesura della riforma, aveva annunciato: “La nuova legge sarà approvata entro l’estate“.
Il merito di aver scoperto la lettera tenuta nascosta dal governo va – come accade spesso – al variegato mondo della associazioni ambientaliste e animaliste, che vigilano sulla protezione della nostra biodiversità. Le proposte che hanno messo in allarme Bruxelles, che non a caso nel documento cita più di una volta l’indagine Eu Pilot che, se non soddisfatta, aprirebbe alla procedura d’infrazione proprio sulla legislazione italiana legata alla caccia, riguardano l’estensione dell’attività venatoria oltre i limiti stabiliti per legge, gli spari nella stagione di riproduzione e ibernazione, la confusione nei controlli, per quanto concerne l’avifauna, tra esemplari allevati ed esemplari catturati in natura, il depotenziamento di Ispra, il cui parere non sarebbe più vincolante ma solo consultivo, la caccia in deroga che “potrebbe essere adottata anche in contrasto con il parere scientifico”, l’indebolimento dei Tribunali amministrativi sui calendari regionali, l’uso di dispositivi ottici e optoelettronici, la potenziale e pericolosa liberalizzazione dei richiami vivi e il conseguente aumento del fenomeno del bracconaggio e del traffico illecito di avifauna. Come detto, una bocciatura.
“Nonostante questi chiari rilievi” scrivono le associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia, “il governo non solo non ha fatto alcun cenno all’esistenza della nota, ma non ne ha tenuto conto in alcun modo, lasciando proseguire l’iter parlamentare, che proprio ieri è giunto di fatto al termine con la prima approvazione nelle Commissioni Ambiente e Agricoltura al Senato riunite e la mancata divulgazione della notizia da parte del sottosegretario al ministero dell’Agricoltura, Patrizio La Pietra. Il testo è stato inoltre aggravato da numerosi emendamenti presentati dalla maggioranza, tutti mirati a fare ulteriori concessioni alle lobby venatorie e a quella parte delle associazioni agricole che intendono sfruttare anche la caccia come strumento per ottenere profitti, a scapito dei veri interessi di migliaia di agricoltori e non tenendo conto del sentire comune, mentre sono state respinte tutte le modifiche migliorative presentate dall’opposizione”.
E ancora: “Siamo davanti a un comportamento gravissimo del governo. Il fatto che la Commissione europea è intervenuta ancor prima dell’entrata in vigore della legge in una materia come la caccia non è usuale e conferma la pericolosità di quanto contenuto nel ddl 1552 a prima firma Malan. Nonostante ciò, l’esecutivo sapeva ed è rimasto fermo. Hanno continuato ad accusare noi di diffondere fake news mentre provavano a nascondere e mascherare la verità e oggi sono stati ancora una volta clamorosamente smentiti. Un atto irresponsabile che antepone gli interessi elettorali alla tutela dei beni comuni, esponendo l’Italia a nuove procedure d’infrazione col serio rischio di far pagare ai cittadini – la stragrande maggioranza contrari alla caccia – i costi di eventuali sanzioni”.
Le associazioni chiedono lo stop immediato del provvedimento e la cancellazione delle norme censurate dalla Commissione europea, prima che il Parlamento “approvi una legge palesemente illegittima e dannosa per tutti”.
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