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Meno filosofia nei nuovi programmi scolastici: nelle proteste oggi vedo corporativismo

Quanto incidono oggi Fichte o Schelling sulla visione del mondo globale? Non sulla storia della cultura tedesca dell’Ottocento, ma sul modo in cui l’umanità contemporanea vede se stessa e il mondo
Meno filosofia nei nuovi programmi scolastici: nelle proteste oggi vedo corporativismo
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“Che disastro eliminare i grandi filosofi dai programmi”, protestano firme autorevoli sulle pagine del Fatto Quotidiano. Massimo Cacciari e altri prestigiosi filosofi denunciano la scomparsa di Spinoza, Leibniz, Marx, Fichte, Schelling dalle Indicazioni nazionali del ministro Valditara.

Valditara appartiene ad un mondo culturale che ha basi scricchiolanti, da Atreju a Tolkien a Pontida, e non si smentisce. Dopo i dinosauri ora abolisce i filosofi! Ma mi pare che i filosofi protestino come una corporazione che difende il proprio canone culturale, senza chiedersi quanto esso abbia ancora senso come rappresentazione del pensiero umano universale.

Quanto incidono oggi Fichte o Schelling sulla visione del mondo globale? Non sulla storia della cultura tedesca dell’Ottocento, ma sul modo in cui l’umanità contemporanea vede se stessa e il mondo. I giovani giapponesi, indiani, cinesi, egiziani o angolani sarebbero davvero spiritualmente mutilati se non studiassero Schelling? E soprattutto: nei corsi di filosofia di Tokyo o Pechino insegnano davvero la filosofia europea moderna come noi la insegniamo qui? Quando diciamo “filosofia”, continuiamo a identificare quasi esclusivamente una tradizione europea. Greci, francesi, tedeschi, qualche inglese. India, Cina, Giappone quasi spariscono. Africa… non pervenuta. Eppure si parla di “pensiero universale”.

La cosa curiosa è che appena usciamo dalla filosofia e guardiamo alla storia concreta della conoscenza, scopriamo che la nostra civiltà non si è sviluppata in isolamento. Molti concetti che consideriamo “nostri” arrivano da altrove. I greci erano straordinari nella geometria e nella speculazione teorica, ma come scrivevano i numeri? Non avevano una numerazione posizionale con lo zero. E i romani stavano peggio. Provate a fare una moltiplicazione complessa con i numeri romani. È praticamente impossibile.

La rivoluzione arrivò quando l’Europa adottò la numerazione indo-araba, cambiando la propria visione del mondo. Non è soltanto un modo diverso di scrivere i numeri: è un modo diverso di pensare matematicamente la realtà. Il valore posizionale, lo zero, gli algoritmi di calcolo rendono possibili operazioni che prima erano lentissime o impraticabili. Senza quella rivoluzione non avremmo avuto la matematica e la fisica moderne. E chi portò tutto questo in Europa? Fibonacci. Ma Fibonacci non inventò quasi nulla: imparò la matematica araba in Nord Africa e la divulgò nel mondo latino attraverso il Liber Abaci del 1202. Lui stesso parla del “metodo degli indiani”.

Il fondamento della matematica moderna europea arriva dall’India, passa attraverso il mondo arabo-islamico e viene recepito da un mercante pisano. Altro che civiltà occidentale autosufficiente. Lo zero fu una rivoluzione concettuale gigantesca: è la possibilità di rappresentare l’assenza come entità matematica. E non nasce né in Grecia né a Roma.

Questa storia dovrebbe renderci prudenti nel presumere la centralità del pensiero occidentale: si tratta di una presunzione. Algebra viene dall’arabo al-jabr. Gli “algoritmi” derivano da al-Khwārizmī. Il paradosso è che in filosofia continuiamo spesso a raccontare una storia quasi autarchica del pensiero europeo, come se la riflessione astratta fosse nata solo tra Atene, Königsberg e Berlino. Mentre la storia della conoscenza reale è fatta di contaminazioni continue.

E qui emerge un’altra stranezza. La scienza non è “occidentale” nel senso culturale del termine, nonostante Galileo, Newton, Einstein o Darwin. La gravità vale anche in Giappone. L’evoluzione biologica vale anche in India. La termodinamica non cambia a seconda della religione o della lingua. La scienza che pratichiamo oggi è nata nell’Europa moderna, ma è ormai un linguaggio universale proprio perché non dipende dall’autorità culturale o geografica di chi propone un’idea. Perché la filosofia non prova a fare lo stesso percorso? Perché continua a essere soprattutto storia delle idee europee invece di cercare un nucleo concettuale universale?

Darwin ha cambiato la nostra visione del mondo più di quasi tutti i filosofi citati nell’appello. Dopo Darwin l’uomo non è più fuori dalla natura, nel centro del creato, separato dagli altri viventi. Siamo un prodotto della storia naturale. Esiste rivoluzione filosofica più radicale? Eppure Darwin compare raramente nei programmi di filosofia. Se c’è, è un nome tra i tanti. Come se le grandi rivoluzioni scientifiche non fossero rivoluzioni del pensiero.

Naturalmente la storia del pensiero va studiata. Sarebbe assurdo cancellare Platone, Kant o Marx. Ma una cosa è studiare storicamente come si sono sviluppate le idee, altra cosa è presentare la genealogia europea come se coincidesse con il pensiero umano universale. Il rischio non viene da Valditara, non diamogli tutta questa importanza, ma da certa filosofia occidentale che continua a suggerire che i veri pensatori siamo stati noi, mentre gli altri popoli avrebbero avuto religioni, miti e tradizioni, ma non autentico pensiero astratto. Forse sarebbe il caso di insegnare meno la venerazione dei filosofi e più la costruzione storica delle visioni del mondo. Mostrare cosa sappiamo, come lo sappiamo, cosa resta ignoto. Esattamente come fa la scienza.

E quindi, sì, le linee guida vanno ritirate, ma non per restaurare una visione autoreferenziale del pensiero occidentale. Magari si potrebbe cercare di integrare pensiero scientifico e pensiero filosofico, per dare ai nostri giovani strumenti di analisi della realtà che conducano ad una sintesi.

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