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“L’hantavirus ha fino a 50 giorni di incubazione, i sintomi sono molto vaghi all’inizio. Non ci sono cure e non c’è neanche un vaccino”: così Burioni a Che Tempo che Fa

A "Che tempo che fa", il virologo del San Raffaele analizza l'emergenza scaturita dalla crociera sbarcata a Tenerife. Sotto sorveglianza anche 4 italiani

di Redazione FqMagazine

“I sintomi sono molto vaghi all’inizio: febbre e difficoltà respiratorie, però poi diventa una malattia molto grave con una mortalità superiore al 30%. Non ci sono cure e non c’è neanche un vaccino. O meglio, c’è ma hanno deciso di non svilupparlo perché non avevo un mercato sufficiente, è sempre il solito discorso”. È con queste parole che il professor Roberto Burioni ha inquadrato l’emergenza hantavirus. Ospite di Fabio Fazio nel salotto di “Che tempo che fa” sul Nove, il virologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha tracciato il quadro clinico ed epidemiologico del focolaio esploso a bordo della nave da crociera recentemente sbarcata a Tenerife, in Spagna. Una situazione che tocca da vicino anche l’Italia: le autorità sanitarie hanno infatti posto sotto sorveglianza quattro connazionali, rientrati a casa a bordo di un volo su cui, durante un breve scalo in Sudafrica, era salita per pochi minuti una donna successivamente deceduta proprio a causa del virus.

Il punto della situazione

L’analisi del virologo parte dai numeri e dalle evidenze scientifiche attualmente disponibili, invitando alla prudenza. “Questo virus non è molto contagioso per gli uomini. Però, c’è un però…”, ha esordito Burioni, spiegando i limiti della letteratura medica in materia. “Quello che sappiamo si basa sull’osservazione di episodi epidemici molto piccoli, il più grande è di 31 casi. Quindi, quello che sappiamo è relativamente poco”. Sulla base di questi dati, l’esperto ha circoscritto la portata dell’allarme, evidenziando tuttavia la vera insidia di questo patogeno, legata ai tempi di latenza dell’infezione: “Per quello che noi sappiamo, non siamo di fronte a una nuova epidemia. Però, c’è un però… Questa malattia ha un’incubazione molto lunga, che arriva fino a 50 giorni, dobbiamo sperare che nei prossimi 50 giorni nessuno diventi positivo”.

L’isolamento obbligatorio e il rischio mutazioni

Proprio l’assenza di terapie mirate e di una copertura vaccinale (bloccata, come sottolineato in apertura, da esclusive logiche di mercato) rende il tracciamento dei contatti e il rigido isolamento le uniche armi efficaci per spegnere il focolaio sul nascere. Il protocollo di sorveglianza attuato per i passeggeri della crociera e per i loro contatti – inclusi i quattro italiani – risponde a una precisa necessità di contenimento preventivo. “Però diciamo che adesso queste persone devono essere isolate, perché i virus possono anche cambiare: quindi un virus che non è contagioso può diventarlo”, ha avvertito chiaramente Burioni. Al momento, la diffusione del patogeno risulta comunque sotto controllo e confinata a una cerchia specifica di individui. “Però, in questo momento, il pericolo del contagio è ristretto a quelli che erano nella nave e quelli che hanno interagito con loro”, ha rassicurato il professore. Il conto alla rovescia per dichiarare superata la fase critica è dunque dettato unicamente dall’orologio biologico del virus: “Deve esserci una quarantena di una cinquantina di giorni, se tra 50 giorni non c’è stato, come spero, nessun positivo al di fuori di quella della nave, possiamo tirare un sospiro di sollievo”.

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