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Ultimo aggiornamento: 8:59

“Con la parola dissenso si rendono i corpi delle donne ‘disponibili fino a prova contraria’”: attiviste di nuovo in piazza contro il Ddl stupri

Mobilitazione permanente dei centri antiviolenza e associazioni: "Accettare una mediazione al ribasso così come è stato proposto dalla senatrice Bongiorno sarebbe un arretramento pericolosissimo"
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Continua la mobilitazione permanente contro il Ddl Bongiorno. I centri antiviolenza di Roma e le attiviste di Non Una di Meno si sono incontrati in piazza Cavour, fuori dalla Cassazione, per protestare ancora una volta contro la legge sulla violenza sessuale voluta dalla senatrice leghista, al momento bloccata in commissione Giustizia del Senato.

Per cercare di superare l’impasse, all’inizio del mese di aprile è stato creato un Comitato Ristretto con il compito di trovare una mediazione tra la maggioranza e l’opposizione per arrivare a un nuovo testo condiviso. Entro mercoledì 6 maggio le opposizioni, su richiesta dell’onorevole Bongiorno, dovranno presentare le loro proposte di legge da discutere.

“Per noi accettare una mediazione al ribasso così come è stato proposto dalla senatrice Bongiorno sarebbe un arretramento pericolosissimo – spiega Serena Fredda, del movimento transfemminista Non Una di Meno – in questo modo rischiamo di portare l’Italia indietro a prima della legge del 1996, quando la violenza sessuale era un reato contro la morale e non contro la persona”.

A far infuriare le realtà che da anni si occupano di contrastare la violenza di genere, è la definizione di stupro, scritta in un primo momento, nel testo approvato alla Camera in maniera bipartisan, come un atto compiuto “senza il consenso libero e attuale“, modificato poi, in commissione al Senato su spinta della Lega, con la frase “contro la volontà della persona”.

“Sostituire la parola consenso con dissenso significa mettere il corpo delle donne a disposizione fino a prova contraria – spiega Simona Ammerata, di D.i.Re, rete che raggruppa 88 organizzazioni in Italia che gestiscono 118 Centri antiviolenza e più di 60 Case rifugio – significa spostare la responsabilità della violenza sulla vittima e non sul colpevole”.

“I dati statistici raccolti ogni anno ci restituiscono una fotografia sempre più allarmante – aggiunge Chiara Franceschi, coordinatrice di un centro antiviolenza del Municipio VII a Roma – la violenza di genere è sempre più diffusa anche tra le persone molto giovani. Nelle scuole medie, ad esempio, sono in crescita i casi di violenza digitale di genere, di diffusione non consensuale di immagini intime o di modificazione delle immagini senza il consenso della persona ritratta in quelle immagini. Per contrastare tutto questo bisogna lavorare sulla prevenzione, sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole”.

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