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Beatrice Venezi, la bacchetta spuntata per la fine dell’immunità meloniana

È un ultimo, insperato successo del No al referendum: finora la copertura politica offerta dalla premier ha garantito ogni tipo di incompetenza
Beatrice Venezi, la bacchetta spuntata per la fine dell’immunità meloniana
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Beatrice Venezi, maestra d’orchestra dalla lingua lunghissima come i treni merci di una volta, ha perso l’immunità meloniana che l’aveva finora tenuta coperta da ogni responsabilità per i comportamenti tenuti con i suoi colleghi de La Fenice. La premier le ha tolto la copertura e fatto sapere che d’ora in avanti ciascuno sarà responsabile delle proprie azioni (sic!).

È un ultimo, insperato successo del No al referendum che ha indebolito l’immunità della destra italiana che non rispondeva della qualità delle proprie prestazioni, diciamo così.

Finora la copertura politica offerta dalla premier, al tempo in cui le sue mosse erano sistematicamente giudicate vincenti e dunque incommentabili per il principio della superiorità della fonte, ha infatti garantito ogni tipo di incompetenza, una per tutti quella del ministro Nordio, ogni grado dell’imbarazzo e dell’inopportunità (vedasi alla voce Delmastro) e ogni altra fanfaluca che l’esecutivo (Adolfo Urso fra tutti) era in grado di generare.

Venezi è stata licenziata dal sovrintendente de La Fenice e il governo, che l’aveva imposta contro ogni evidenza per il curriculum problematico, non ha fiatato.

Bisognerebbe, per dare senso al nuovo corso e uguaglianza tra i profeti del verbo meloniano, annotare il destino del sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, il primo dei giuristi di Palazzo Chigi promotore del più grande pasticcio legislativo di questi anni: aver scritto e fatto approvare una norma (quella sulla “remigrazione” finanziata per gli avvocati di buon cuore col governo) totalmente e platealmente incostituzionale.

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