L’Europa non ha un mercato unico energetico: così l’Italia spreca la grande risorsa del fotovoltaico
di Gabriele Accascina*
Il gasolio ha superato i due euro al litro. La guerra in Iran ha parzialmente bloccato lo Stretto di Hormuz, il Brent è salito del 50% in un mese e ogni settimana di conflitto si traduce in bollette più alte e margini più stretti per imprese e famiglie. La causa immediata è in Medio Oriente. La causa strutturale è più vicina a casa.
L’Europa, pur presentandosi come mercato unico, non ne ha mai costruito uno in campo energetico. Ogni stato membro negozia i propri contratti, progetta i propri sussidi, privilegia la propria rete. Nessun organismo centrale europeo ha l’autorità di ottimizzare la generazione su scala continentale. Il risultato è un continente che importa la volatilità che la sua stessa geografia potrebbe evitare: solare del Sud, eolico del Nord, nucleare francese restano frammentati invece che integrati, e il vantaggio comparativo europeo va sprecato.
L’inefficienza è più leggibile nel fotovoltaico. Un pannello in Sicilia genera il doppio rispetto allo stesso impianto in Germania. La Germania ha comunque una capacità solare enormemente superiore. L’Europa meridionale, che detiene le migliori risorse di irraggiamento del continente, resta cronicamente sottoinvestita. Non è un problema tecnologico: è un fallimento di politica industriale. Negli anni Cinquanta Enrico Mattei capì che il metano non aveva valore senza una rete capace di portarlo nelle case e nelle fabbriche. Il sole sul Mezzogiorno è oggi una simile risorsa inerte, abbondante ma ignorata in assenza di una leadership innovativa e coraggiosa.
In più, quando poi la rete non riesce a trasportare l’energia rinnovabile, i gestori sono costretti ad ignorarla e ad avviare centrali fossili altrove per compensare: una doppia spesa, pagata due volte dai contribuenti. In Europa il costo annuale di queste “correzioni” equivale all’intero consumo elettrico dell’Austria.
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Il ministro Pichetto Fratin ha finora perseguito un’agenda da tempo di pace: diversificazione delle forniture, transizione incrementale, contenimento dei costi. Misure ragionevoli in un momento ordinario, del tutto inadeguate in questo. Mentre la guerra fa salire il petrolio e il clima impone una transizione che non ammette rinvii, il governo ha scelto di non scegliere. Il Pnrr destina 5 miliardi di euro al potenziamento delle infrastrutture energetiche ma la Corte dei Conti certifica che solo il 5% è stato realizzato. I soldi ci sono, i progetti esistono, la volontà politica di eseguirli no. Il dibattito pubblico si consuma sul nucleare, tecnologia forse per un futuro più remoto, non per gli anni Venti.
Per dare la misura delle priorità, il ponte sullo Stretto di Messina, bocciato dalla Corte dei Conti per stime di traffico abnormi e pedaggi insufficienti a coprire la manutenzione ordinaria, costa 14 miliardi di euro di denaro pubblico. La stessa cifra, investita in fotovoltaico in una piccola parte dell’entroterra siciliano, che ha un potenziale enorme, e nella quota italiana del Tyrrhenian Link, il cavo sottomarino già pianificato da Terna per portare l’energia siciliana fino alla Campania, aprirebbe il rubinetto solare e allargherebbe il tubo. Sarebbero fino a circa 20 terawattora annui di elettricità pulita e senza emissioni, a un costo di produzione di pochi centesimi per kilowattora contro i 12 pagati oggi sul mercato.
Il fotovoltaico si rimpiazza dopo trent’anni a un costo inferiore alla manutenzione annuale del ponte. Nel loro stile visionario ed efficiente, Meloni e Salvini hanno scelto il ponte sbagliato. Quello che serve è il Ponte al Sole.
C’è infine una misura dell’occasione mancata che merita di essere detta esplicitamente. L’Europa si appresta a spendere tra i 3 e i 4 punti di Pil in riarmo. Il ritorno su quell’investimento è zero in tempo di pace e distruzione in tempo di guerra. Il ritorno sull’investimento energetico rinnovabile è misurabile e permanente. Armi e un ponte inutile invece di sicurezza. E Meloni come risponde?
*ex fellow ad Harvard e direttore all’Onu