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“I mafiosi non parlano al telefono”: i nastri dell’inchiesta sui clan di Palermo smentiscono (ancora) la singolare tesi di Nordio

La tesi del ministro, usata per argomentare l'inutilità delle intercettazioni, impallidisce di fronte agli atti dell'indagine su Cosa Nostra che ha portato a 183 arresti
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“Ma noi crediamo veramente che la mafia parli per telefono? Per l’esperienza che ho io, non parla nemmeno in mezzo a un campo con la Quinta di Beethoven come sottofondo”. Qualcuno ricorderà questa singolare tesi di Carlo Nordio, esposta in tv all’inizio del suo mandato (e poi ripetuta più volte in seguito) per argomentare l’inutilità delle intercettazioni. Ai tempi, a smentire quasi in diretta il ministro della Giustizia era arrivato l’arresto più importante degli ultimi anni: quello di Matteo Messina Denaro, ultimo super-latitante di Cosa nostra, rintracciato intercettando i suoi familiari e fiancheggiatori (e trovato in possesso di due cellulari). Ora però la teoria dell’ex pubblico ministero impallidisce di fronte alla montagna di intercettazioni agli atti dell’inchiesta della Procura di Palermo che martedì ha portato a 183 arresti per associazione mafiosa. A partire dal dialogo pubblicato sui social dalla premier Giorgia Meloni, nonostante la legge-bavaglio (votata dalla sua maggioranza) che vieta di riportare tra virgolette il contenuto delle ordinanze di custodia cautelare: “Io me ne vado, l’Italia per noi è diventata scomoda, cominciate a farvi i passaporti”, diceva Angelo Barone, considerato dagli inquirenti il gestore delle scommesse online per conto dei clan.

Ascoltati dai carabinieri, gli arrestati parlavano del sogno di tornare agli antichi splendori: “Il livello è basso oggi arrestano a uno e si fa pentito arrestano un altro… livello misero, basso, ma di che cosa stiamo parlando?”, si sfogava Giancarlo Romano, figura emergente del mandamento di Brancaccio. “Tutta Palermo è a terra… quelli si fanno il business, noi siamo gli zingari. Io spero sempre nel futuro, in tutta Palermo, da noi, spero nel futuro di chi sarà il più giovane…”. E c’era chi programmava azioni violente, come Giovanni Cusimano, esponente di spicco di Cosa nostra: “Mi devo mettere di nuovo il revolver in mano”, dice, insoddisfatto del trattamento economico che riceve dall’associazione. Gli ascolti però sono anche serviti a ricostruire come i clan godessero di una “fitta rete di informatori” grazie ai quali riuscivano a sapere delle indagini in corso: “I carabinieri mi tengono sotto”, diceva Cusimano al suo autista. Mentre un altro affiliato riferiva di aver saputo di tre imminenti operazioni di polizia, “tre zampate … tre camurrie”, precisando che si era provveduto a faresparirealcune cose, mentre a Brancaccio quelli più a rischio si erano già “buttati latitanti”. Tutti loro, evidentemente, non sapevano di essere quelli che “non parlano al telefono”.

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