L’ultima cosa che dovrebbe fare una scuola è umiliare gli studenti. Serve essere come don Lorenzo Milani ci ha insegnato: maestri autorevoli e amici affettuosi anche con i più fragili”. È il pensiero di Eraldo Affinati, scrittore di successo, professore da anni alle superiori e fondatore della “Penny Wirton“, scuola gratuita di italiano per immigrati. Il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, nel corso dell’incontro Italia-Direzione Nord, ha parlato dell’umiliazione come “fattore fondamentale di crescita della personalità”. Poi lo stesso ministro ha chiesto scusa per le sue affermazioni.

Affinati, più volte finalista al premio Strega, autore tra l’altro di diversi libri sul priore di Barbiana e di Il vangelo degli angeli, conosce meglio di ogni altro i ragazzi ma soprattutto i più fragili e le scuole che stanno in aree e quartieri a rischio. Lo abbiamo intervistato – prima che arrivassero le scuse di Valditara – per ascoltare la sua esperienza.

Affinati, ha sentito le parole del ministro Valditara? “Soltanto lavorando, soltanto umiliandosi – evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale di crescita della personalità – di fronte ai suoi compagni è lui che si prende la responsabilità dei propri atti. Da lì nasce il riscatto“, ha detto il ministro. E’ davvero così?
La penso esattamente in maniera opposta al ministro. I grandi educatori del passato, da Maria Montessori ad Alberto Manzi a Mario Lodi a don Milani, ci hanno insegnato che il riscatto, la redenzione non arrivano mai attraverso l’umiliazione. Questo non significa essere buonisti, come spesso veniamo additati. Pensa al priore di Barbiana: era severissimo con i suoi ragazzi, intransigente ma affettuoso. I più fragili non vanno mai umiliati, mai messi con le spalle al muro ma responsabilizzati. La scuola non è un tribunale”.

Certo, ma forse serve anche – provo ad interpretare il messaggio del ministro – che chi sbaglia si faccia un esame di coscienza, per dirla con una frase di vecchio stampo.
Va sollecitata una riflessione ma non passando attraverso l’umiliazione. Chi è forte può superare una punizione di quel tipo ma il bullo, chi ha un percorso già segnato dal contesto sociale o famigliare, si sentirà solo, ancor più bastonato. L’educatore non può permettersi di mettere nessuno fuori squadra: quella è la sua sconfitta.

Cosa ti viene in mente quando si parla di umiliazione?
L’esperienza personale di quando da “primino”, la maestra mi mise dietro la lavagna per un errore ortografico. Non avevo ancora sei anni e mi trovai umiliato così davanti ai miei compagni.

Il ministro, tuttavia, ha richiamato anche il concetto del rispetto: “Occorre ridare autorevolezza alla scuola e far rispettare le regole”. E’ davvero un’urgenza?
Io vedo un altro problema: la solitudine di noi docenti. Oggi lavoriamo senza avere più il sostegno delle famiglie e di altri soggetti ma questa situazione ci mette nella condizione di avere una maggiore responsabilità. Il rispetto te lo devi conquistare non lo puoi pretendere a scatola chiusa. Nel momento in cui fai bene il tuo lavoro i ragazzi e le famiglie ti rispettano.

Forse serve puntare maggiormente sulla formazione.
E’ una parola che mi crea sempre un po’ di inquietudine. Quando possiedi la conoscenza della disciplina poi il resto lo devi conquistare sul campo. Non servono molti corsi teorici. Noi ad esempio alla Penny Wirton, quando arriva un nuovo docente volontario lo facciamo affiancare in modo che ci sia una crescita maggiore sul campo, un confronto con chi già lavora con i nostri ragazzi.

Il rispetto va conquistato ogni giorno in aula ma di fronte ad un bullo che fai per non escluderlo, per integrarlo?
Servono esperienze conoscitive con lui. Serve essere autentici e essere capaci anche di uscire dagli spazi istituzionali. Non ti puoi mettere nella posizione di quello che spiega e mette il voro e stop ma devi entrare nel mucchio selvaggio. Tutte le volte che l’ho fatto e mi sono messo in gioco, è servito. E poi non devi restare solo. Non sempre è facile ma serve agire come comunità educante non come singoli. Ecco da qui l’importanza di un’équipe educativa.

Un’ultima questione: che pensa dei lavori socialmente utili al posto delle sospensioni?
Se sono intesi come un elemento punitivo non servono a nulla. Non si deve spostare l’attenzione dall’aspetto educativo a quello giuridico. La scuola non è un carcere minorile. E poi non si può parlare per slogan. Che significano i lavori socialmente utili? Quando si parla di educazione non si può ragionare per categorie. Bisogna capire in che contesto agisci, in che scuola sei, in che territorio vivi, qual è la storia di quel ragazzo…

Articolo Successivo

L’inclusione a scuola è solo sulla carta

next