L’ultimo atto della saga “tetto agli stipendi dei superdirigenti dello Stato” arriva da Palazzo Chigi. Dopo poco meno di 24 ore dalle polemiche, dalle accuse e dallo scarica barile tra esecutivo e partiti, fonti del governo annunciano la presentazione alla Camera di un nuovo emendamento per sopprimere la deroga al tetto di 240mila euro per le figure di vertice della Pubblica amministrazione e delle Forze dell’ordine, approvata lunedì prima dalle Commissioni del Senato e poi dall’Aula.

Ma chi è il responsabile del blitz? I partiti, il governo o entrambi? Fonti autorevoli dell’esecutivo a ilfattoquotidiano.it chiariscono: “Tutti erano a conoscenza del testo riformulato”. E non solo. “Da tutti i ministeri chiamavano per avere conferma se questo o quel dirigente fosse stato inserito nella deroga”. La descrizione di quello che sembra un assalto all’ampliamento della deroga per i superburocrati. Nessuna certezza se Mario Draghi sia stato informato direttamente dei dettagli del testo. Sembrerebbe però essere chiaro che tutti i partiti e tutti i ministri sapevano cosa stava accadendo. Intanto per rendere più chiaro l’iter travagliato del tanto contestato testo, proviamo a ricostruire tutti i passaggi.

L’emendamento 41.0.1 è stato presentato dal senatore di Forza Italia Marco Perosino. Prevede di aggiungere l’articolo 41 bis al testo del decreto Aiuti bis. Prevede un aumento degli stipendi per il Capo della polizia, il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, il Comandante generale della Guardia di finanza e il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A loro spetterebbe, in deroga al tetto dei 240mila euro, “un trattamento economico accessorio di importo pari a quello” del direttore del “Dipartimento delle informazioni per la sicurezza” (per il Capo della Polizia) e dei direttori delle Agenzie Aise e Aisi (per gli altri). I vertici dei servizi segreti, infatti, erano figure già escluse dal tetto agli stipendi.

Nel corso dell’analisi degli emendamenti nelle Commissioni riunite 5 e 6 del Senato (Bilancio e Finanza-Tesoro) tenute a dare il loro parere, però, il governo inserisce questo emendamento tra quelli da “riformulare”. Nella seduta di lunedì il sottosegretario al ministero dell’Economia, Federico Freni, presenta il testo riformulato “preannunciando – come si legge nel verbale della seduta – il parere favorevole del Governo”. La nuova versione, però, è diversa dalla prima. All’elenco dei vertici delle forze dell’ordine si aggiungono i vertici dell’Esercito (il capo di stato maggiore della difesa, i capi di stato maggiore di forza armata, il comandante del comando operativo di vertice interforze), il comandante generale del corpo delle capitanerie di porto e una serie di superburocrati di palazzo: i capi dipartimento dei ministeri, il segretario generale della presidenza del consiglio dei ministri e i segretari generali dei ministeri. A loro spetterà, sempre in deroga al tetto dei 240 mila euro di stipendi, “un trattamento economico accessorio per ciascuno di importo determinato nel limite massimo delle disponibilità del fondo di cui al comma 2, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze”. Pertanto una cifra ancora da determinare.

Come si legge nel resoconto della seduta “le riformulazioni proposte sono tutte accolte dai rispettivi proponenti”, quindi anche dal forzista Perosino che nelle ore successive dichiarava di non sapere cosa fosse successo al suo emendamento. Sempre nel verbale viene scritto che il presidente Luciano D’Alfonso (del Pd) “fa presente che gli emendamenti che saranno posti in votazione, sia in testo originariamente proposto, che in testo da ultimo riformulato, sono il frutto di un approfondito confronto sia tra i gruppi che tra le forze politiche e il Governo“. Posto ai voti il testo viene approvato dai membri delle due commissioni. Dal verbale di seduta non si evince con quanti voti, ma dai partiti fanno sapere che il voto favorevole è stato unanime. Qualcuno si è giustificato dicendo di non avere letto il testo.

Che i partiti fossero consapevoli che quell’emendamento contenesse qualcosa di inopportuno e impopolare si evince quando il testo arriva nell’aula del Senato. In tanti si astengono. Così tra emendamenti approvati (quasi tutti) e altri respinti, arriva il turno del “41.0.1 (testo 2)”. A presiedere la seduta è il vicepresidente Ignazio La Russa e sui 226 senatori presenti, votano in 220: 77 a favore, 14 contrari e 129 astenuti. A favore votano Pd, Forza Italia, Italia viva e Impegno Civico. Astenuti Fratelli d’Italia, Movimento 5 stelle e Lega. Contro i senatori del gruppo “Uniti per la Costituzione”, due del Pd e alcuni del Misto. Tra loro anche il presidente della Commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra. “Se chi si è astenuto avesse votato contro, l’emendamento non sarebbe stato approvato”, ha commentato Morra. Infatti, nonostante i soli 77 voti a favore il testo è approvato e la frittata è servita. Dopo una serie di commenti critici, il “disappunto” di Palazzo Chigi e lo scarica barile tra governo e partiti (con tanto di “perplessità” espresse da Mattarella), alla fine è stato necessario il nuovo emendamento per mettere la parola fine a un blitz mal riuscito.

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Tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici, la retromarcia del governo. “Mattarella ha detto a Draghi che abrogarlo era inopportuno”

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