Se Oliver Stone non esistesse andrebbe inventato. Controcorrente da una vita sin da quando puntava all’improvviso i fari sull’uccisione di JFK o sulla presidenza di Nixon, sia quando rilanciava la sua carriera d’autore con i documentari controversi su Fidel Castro e Vladimir Putin. Stone non usa mai mezze misure. È quello che si sente di essere a seconda delle suggestioni, degli stimoli, dei temi che considera urgenti da affrontare. Ecco che a Venezia 79, Fuori Concorso, arriva Nuclear, un documentario totalmente privo di contraddittorio (e chi ce l’ha mai avuto il contraddittorio in un documentario?) dove si mostra l’unica possibile soluzione al cambiamento climatico: il ritorno al nucleare. Complice il libro Bright future, di Joshua Goldstein e Staffan Qvist, che fa da scheletro analitico sul tema, e la visione illuminante del vecchio documentario di Al Gore, Una scomoda verità, Stone si mette letteralmente a disposizione di una tesi che pare eretica e provocatoria. Riapriamo, anzi ricostruiamo letteralmente, tante piccole centrali con microreattori e riattiviamo l’energia più pulita ed economica possibile: il nucleare. Ma come? E l’esplosione di Chernobyl? Fukushima? Three Mile Island? Stone, dati alla mano, è perentorio: qualche decina di morti in Russia, nessuno in Giappone (furono terremoto e tsunami a provocare vittime) e negli Stati Uniti (lì gli impianti di sicurezza funzionarono come a Fukushima) in oltre 40 anni a fronte delle centinaia di migliaia di morti che miete continuamente, ad esempio, l’industria del carbone.
Del resto, spiega ancora Stone passeggiando tra nuovissimi piccoli impianti per la fissione nucleare in Francia, Usa e India, si tratta di un enorme problema culturale e comunicativo inventato dagli ambientalisti dei decenni passati. Quei No Nikes che a fine anni settanta con Bruce Springsteen, Jane Fonda, Crosby, Nash&Young, il giovane avvocato Ralph Nader e l’appoggio del presidente Carter, indottrinavano le folle preoccupate paventando catastrofi “mai verificatesi”. “L’unico ostacolo ingiustificato è la paura, ma le armi nucleari non hanno nulla a che fare con l’energia nucleare”, spiega il regista nel suo documentario. E ancora: “Ma lo sapete che con un reattore nucleare per produrre energia non si può costruire alcuna bomba nucleare?”. Nuclear, insomma, è la perorazione adamantina, fluida, ininterrotta di quanto si possa far fronte e frenare il cambiamento climatico utilizzando il dismesso, sottovalutato, demonizzato nucleare. Del resto, ci viene spiegato con grafici e calcoli sullo schermo, energia solare ed eolica non riusciranno mai a soddisfare il fabbisogno reale della popolazione mondiale, occupando spazi immensamente più estesi con pannelli e pale dei più “agili” micro reattori nucleari odierni, mentre carbone, petrolio, gas e perfino il metano creano più danni all’ambiente e all’uomo che l’utile. Adagiato sulla musica di Vangelis e ritmato dal tipico montaggio stoniano “fraction style”, Nuclear propone lunghi monologhi con voce fuori campo di Stone tratti dal testo di Goldstin che si accompagnano alle sue visite nelle centrali nucleari attive e a immagini d’archivio.
Nello scavo storico si ricostruisce dagli albori, ricordando i Curie, Einstein e Mattei, il percorso della produzione del nucleare in occidente per trasformarlo in energia da vendere sul mercato, nella fattispecie la spinta che avvenne negli Stati Uniti, a partire dal primo dopoguerra con Eisenhower e con l’amato JFK. A quel tempo erano le sette sorelle del petrolio a fomentare odio contro l’uso del nucleare per produrre energia, alimentando i conti in banca dei gruppi ambientalisti degli anni Settanta. A confermare ciò la testimonianza dell’ex fondatore di Greenpeace è messa nero su bianco che nemmeno davanti ad una corte di giustizia ambientale. Ma oggi? Stone sciorina numeri e documenti: i vecchi cartelli del capitalismo dell’energia fossile orientano i loro investimenti e puliscono parte della loro coscienza sporca investendo nelle rinnovabili. Quando invece con gli scarti del nucleare si possono desalinizzare l’acqua, usarli come elettricità o per la produzione dell’acciaio. “Gli ambientalisti antinuclearisti si metteranno a cercare tanti errorini in questo documentario e nel farlo andranno semplicemente contro il loro e il nostro interesse futuro”, spiega Stone in conferenza stampa. “La serie su Chernobyl della HBO ha voluto rendere l’incidente in modo sensazionalistico e dipingere i russi come gangster e assassini. Dentro quella centrale vennero compiuti errori, certo, ma a lavorarci c’erano tecnici molto esperti, tra cui uno che appare in Nuclear spiegando realmente cosa accadde”.