Nel 2006, dopo che le compagnie petrolifere operative in Uganda avevano completato la fase esplorativa, fu confermata l’esistenza di consistenti giacimenti di petrolio nel bacino del lago Alberto in Uganda. Siamo nel profondo dell’Africa dove gli antichi situavano le misteriose sorgenti del Nilo Bianco, la cui ricerca ha appassionato l’umanità intera per più di venti secoli. Seneca le collocò proprio presso le cascate Murchison che, immediatamente a valle del lago Alberto, spezzano con un salto di circa 50 metri un ramo del Nilo Bianco, quando scrisse: “Abbiamo visto due rocce, dalle quali la forza del fiume fuoriusciva con potenza” (Seneca, De Terrae Motu, in: Naturales Quaestiones, Liber VI, 8,5, 65DC).

Era il resoconto della spedizione promossa dall’imperatore Nerone alla scoperta della sorgente del grande fiume africano che attraversava l’Egitto da sud a nord. Dopo la scoperta dell’oro nero, il governo ugandese, stimolato dagli investitori occidentali, si è a lungo arrovellato sul problema del trasporto del petrolio ai clienti europei e asiatici, per arrivare alla conclusione che un oleodotto lungo quasi millecinquecento chilometri (1.443 per essere esatti) sia la soluzione migliore. Il progetto è noto con l’acronimo Eacop (East African Crude Oil Pipeline) e dovrebbe unire i campi petroliferi del lago Alberto con il porto di Tanga sulla costa della Tanzania, nella penisola di Chongoleani circondata dall’Oceano Indiano (Figura 1).

Figura1

Il costo dell’opera – 3,5 miliardi di dollari – fa intravedere una torta molto appetitosa, anche perché gli attuali aumenti delle materie prime e dei prodotti industriali non possono che decorarla con abbondanti spruzzi di ulteriori dollari di panna montata. L’opera è davvero imponente, capace di trasportare 216mila barili di petrolio al giorno. A causa della natura viscosa e cerosa del greggio ugandese l’oleodotto sarà riscaldato lungo l’intero percorso, rendendo Eacop l’oleodotto riscaldato elettricamente più lungo del mondo. Una volta pronta, la condotta verrà posizionata nella trincea pre-scavata o, in alcuni casi, dovrà essere collocata sotto i corsi d’acqua o le strade tramite perforazione orizzontale. Nonostante l’interrimento, l’opera crea un solco – invalicabile se non localmente – largo 30 metri attraverso le savane, le paludi e le foreste tropicali (Figura 2).

Figura 2

Con la benedizione dei governi dell’Uganda e della Tanzania, il progetto promette di evitare impatti inutili sugli ecosistemi, sulla biodiversità e sulle comunità locali. Inoltre, garantisce il restauro e la riabilitazione delle aree impattate, assieme alla compensazione di residui significativi. Tutto bene, allora?

Il progetto ha suscitato una vasta mobilitazione di opinioni contrarie. È il solito effetto Nimby? O va piuttosto compresa nell’inevitabile contrasto di interessi tra ricchi e poveri? Come scrissi trent’anni fa, nella sfida climatica “la differenziazione tra progressisti e conservatori ha minore rilevanza rispetto a quella che vede su fronti opposti i politici dei paesi sviluppati, da un lato, e quelli dei paesi sottosviluppati e dei paesi in via di sviluppo, dall’altro. Questi ultimi sono spesso portati a considerare le politiche ambientali come un vincolo troppo oneroso al proprio sviluppo economico e sociale, individuando nel contenimento globale delle emissioni una servitù inaccettabile. In prospettiva, il confronto tra nord e sud del pianeta può rivelarsi la chiave di volta nel determinare le strategie di risposta dell’umanità alla sfida climatica” (Effetto serra: istruzioni per l’uso, 1994).

Il fronte degli oppositori è ampio e agguerrito. E qualche dubbio sulla validità del progetto è anche sorto in parecchi ambienti finanziari, se cinque banche tra cui Deutsche Bank, Citi, JPMorgan Chase, Wells Fargo e Morgan Stanley hanno reso noto che non finanzieranno l’Eacop, a cui si aggiungono la compagnia di assicurazione Beazley Group e l’agenzia italiana di credito all’esportazione Sace. Per l’Uganda e la Tanzania rinunciare a un investimento così importante è un grosso sacrificio a breve temine, ma si potrebbe rivelare una saggia rinuncia sul medio e lungo periodo. I paesi ricchi, però, dovrebbero riconoscere loro un equo ristoro per la rinuncia a un’opera destinata ad aggravare il riscaldamento globale. E per l’ovvio limite a uno sfruttamento soltanto locale dell’oro nero del Lago Alberto.

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